Riprendiamoci la memoria è un percorso storico progettato e curato da Free4Future che, dal 17 novembre [2025] al 26 gennaio [2026], racconta ciò che spesso resta fuori dalla narrazione pubblica: la vita [degli ebrei] sopravvissuti dopo il 1945, quando la liberazione non coincide con la fine della persecuzione.
Lontano dalla retorica e vicino ai documenti
Riportiamo titoli e incipit dei post nell'ordine in cui son stati pubblicati dal sito originale.
1 - Riprendiamoci la memoria. Un progetto di Free4Future
Può sembrare paradossale, ma l’antisemitismo che risorge e che attacca oggi nella sua forma più brutale, quella eliminazionista, si nutre anche di memoria.2 - Il filo spinato dopo la Shoah
Nel dopoguerra, il filo spinato non spariva: cambiavano soltanto i guardiani. Nel 1945, la liberazione non coincise con la fine dei campi. Molti ebrei sopravvissuti furono trasferiti nei Displaced Persons Camps [DP camps]: strutture allestite spesso negli stessi spazi dei lager, con baracche, recinzioni e sorveglianza militare. (Continua a leggere)
3 - Il rapporto Harrison – La continuità della prigionia
4 - Il ritorno impossibile. Una casa che non c’è più
5 - Il 1946: l’anno dimenticato della violenza antiebraica
6 - Case senza ritorno: il dopoguerra che l’Europa ha dimenticato
Fu l’ingresso in un continente che non era pronto a rivederli. Le proprietà abbandonate durante la deportazione erano state occupate, redistribuite, assegnate ad altri. E quando i sopravvissuti tentarono di rientrare, si trovarono davanti un dato strutturale che i documenti del dopoguerra ricostruiscono con precisione: la quasi totale scomparsa della possibilità di recuperare ciò che era stato loro sottratto. (Continua a leggere)
7- Le radici dell’ostilità: perché il dopoguerra non fu un nuovo inizio
8 - La nuova caccia all’ebreo: i pogrom dopo la liberazione
9 - La Struma: una tragedia del blocco britannico (1941–1942)
Nel dicembre 1941, una vecchia nave cargo rumena, la Struma, lasciò il porto di Costanza con a bordo 769 ebrei in fuga dalla Romania filonazista. Molti erano sopravvissuti del pogrom di Iași; altri avevano dato tutto ciò che possedevano per salire su quella nave malandata, nella speranza di raggiungere la Palestina mandataria, unico rifugio percepito come sicuro. La Struma aveva un motore difettoso [...] andò in avaria lasciando la nave alla deriva [...] A parte un bambino provvisto di documenti validi, gli altri 768 sopravvissuti a bordo non furono mai autorizzati a scendere e rimasero sulla nave per 70 giorni [...] il 24 febbraio, la nave fu colpita dal siluro di un sottomarino sovietico [...] La nave affondò nel giro di pochi minuti. Morirono in 767 [...], per annegamento e ipotermia.
Per le comunità ebraiche dell’epoca, la Struma divenne simbolo della totale assenza di protezione internazionale durante la Shoah e della volontà — politica più che bellica — di impedire agli ebrei di trovare un rifugio. (Leggi il post originale e integrale)
10 - Il ritorno che non c’è mai stato
Quando la guerra finì, molti sopravvissuti fecero la cosa più naturale: provarono a tornare a casa. Non cercavano solo la normalità, ma anche un luogo che fosse ancora loro. Una porta da aprire. Un tavolo, una stanza, un oggetto che li riconoscesse. Il ritorno, però, non fu come se lo erano immaginato. In molte città dell’Europa orientale, gli ebrei trovarono solo ostilità. La società, che da sempre era stata antisemita, non era cambiata. L’odio verso gli ebrei era intatto. (Continua a leggere)
11 - Dopo la guerra: ostilità, assassinii, mancate restituzioni
12 - Frontiere chiuse, sopravvissuti in trappola
13 - 1946, persecuzioni senza fine
14 - Dalla Polonia a Baghdad, storie di un dopoguerra senza scampo
Nato e cresciuto a Baghdad, in Iraq, nel 1931, in una comunità ebraica irachena che viveva lì da millenni. Frequentava la scuola Shamash, studiava arabo, inglese ed ebraico. [...] Poi arrivò il Farhud. Farhud in arabo significa saccheggio. E il Farhud di Baghdad è rimasto nella storia del paese come il più pogrom più sanguinoso. Ma non l’unico. (Continua a leggere)
15 - Pogrom. Due continenti, nessuna salvezza
Baghdad, 1–2 giugno 1941: il Farhud - Il pogrom noto come Farhud esplose nella capitale irachena il 1° giugno 1941, durante la festa di Shavuot. La comunità ebraica di Baghdad, radicata da oltre duemila anni, venne improvvisamente travolta. [...] Il Farhud - 150/180 morti secondo i dati ufficiali, fino a 600 secondo alcune ricostruzioni comunitarie, che includono i corpi sepolti in fosse comuni non registrate - costituisce l’esempio emblematico dei pogrom nel mondo arabo di quegli anni: un evento improvviso, violento, distruttivo, che mostra come, anche fuori dall’Europa, gli ebrei vivessero una condizione di vulnerabilità estrema. Kunmadaras, 21 maggio 1946 - Il 21 maggio 1946, in un piccolo villaggio agricolo dell'Ungheria, una folla inferocita, mossa dai secolari pregiudizi antiebraici, si scagliò contro la comunità ebraica. Morirono 3 persone e un’ondata di terrore travolse il paese. (Leggi il post originale e integrale)
16 - Condannati dal Libro Bianco
Nel momento in cui l’antisemitismo esplodeva ancora una volta in Europa, e i pogrom si moltiplicavano anche nel mondo arabo, Londra decise di restringere l'accesso alla Palestina, l’unico luogo che fino a quel momento aveva rappresentato una speranza concreta di fuga per molti ebrei, ponendo un tetto massimo di 75.000 ingressi su cinque anni. (Continua a leggere)
17 - Europa, mondo arabo: la mappa rimossa dell’odio antiebraico
18 - 1920-1947 l’odio dimenticato: i massacri nel mondo arabo
La memoria pubblica ha concentrato a lungo l’attenzione sull’Europa nazista e sul genocidio, lasciando in ombra un’altra geografia dell’antisemitismo: quella che attraversò Paesi arabi e musulmani, spesso in presenza di potenze coloniali europee. tuttavia, fra la fine degli anni Trenta e il 1947, l’area che va dal Nord Africa al Medio Oriente attraversò una fase di ridefinizione politica che coinvolse direttamente le comunità ebraiche. Il risultato è un quadro incompleto: si conosce la distruzione fisica degli ebrei sotto il nazismo, ma si ignora quasi del tutto il sistema di violenze, restrizioni, pogrom e discriminazioni che colpì le comunità ebraiche in Iraq, Libia, Tunisia, Siria, Yemen, Egitto e nella stessa Palestina mandataria. (Continua a leggere)
19 - “Quando le porte rimasero chiuse”
Quando si parla della Shoah sui libri di Storia, la narrazione è spesso asettica. Si descrive una sequenza di momenti, che hanno via via esacerbato la situazione degli ebrei - leggi razziali, beni distrutti, ghetti, deportazione - fino al loro annientamento. Una sequenza che non pone mai l’accento su quanto non fu fatto per impedire il genocidio. Questo perché, a parte eccezioni che è doveroso ricordare, effettivamente non fu fatto nulla. La Seconda Guerra Mondiale, così come la leggiamo oggi, fu un’eroica missione con cui le democrazie occidentali combatterono Adolf Hitler. In realtà esiste un sottotesto, scomodo, che cela l’indolenza e la noncuranza di quelle democrazie di fronte a uno sterminio di cui tutti erano a conoscenza. (Leggi il post originale)
20 - Jan Karski e Witold Pilecki: quando la testimonanza non basta
Quando si tratta della Shoah, ci si fanno spesso molte domande. Quelle più ricorrenti sono però due: “Come è potuto accadere?” e “Come è stato possibile che, chi poteva intervenire, sia rimasto immobile mentre 6 milioni di esseri umani venivano assassinati?” // Per rispondere, è sufficiente leggere le storie di due uomini che, più di chiunque altro, fecero di tutto perché la verità arrivasse sulle scrivanie dei capi di governo alleati: Witold Pilecki e Jan Karski. Witold Pilecki compì un gesto che nessun’altra figura della Resistenza europea tentò mai: si fece arrestare per entrare ad Auschwitz. Voleva vedere e documentare quello che stava accadendo, per organizzare una rivolta armata. [...] Jan Karski, al contrario, scelse un’altra forma di esposizione: diventare gli occhi e la memoria di chi non aveva più il diritto e la possibilità di parlare. Entrò di nascosto nel ghetto di Varsavia, poi in un centro di transito per Bełżec. Vide e poi riportò ciò che molti, all’estero, non potevano nemmeno immaginare... (Leggi il post originale)
21 - Le conferenze che hanno condannato gli ebrei
Nel gennaio 1942 e nell’aprile 1943 si svolsero due conferenze che, pur in contesti opposti, furono cruciali nel determinare la sorte degli ebrei europei: la Conferenza di Wannsee e la Conferenza di Bermuda. La prima stabilì l’organizzazione amministrativa dello sterminio; la seconda sancì l’assenza di un intervento internazionale che potesse ostacolare le mire naziste. Questi due eventi circoscrivono uno dei passaggi più critici della storia della Seconda Guerra Mondiale. La Conferenza di Wannsee, convocata il 20 gennaio 1942 nella periferia di Berlino, riunì i rappresentanti delle SS e dei principali ministeri del Reich. Non si trattò del punto di inizio dello sterminio, dal momento che era già stato avviato nei territori orientali occupati sin dall’estate del 1941. Ne rappresentò, però, la formalizzazione burocratica. (Continua a leggere)
22 - “Cosa me ne faccio di un milione di ebrei?”
Nel 1944 la comunità ebraica ungherese rappresentava uno degli ultimi grandi gruppi ebraici d’Europa ancora superstite. Per anni, l’Ungheria aveva conservato una forma di autonomia interna che, pur in un contesto di antisemitismo legislativo, aveva impedito alle autorità tedesche di imporre immediatamente le deportazioni. Questo equilibrio si interruppe il 19 marzo del 1944, quando la Germania occupò il Paese con l’Operazione Margarethe. Nel giro di poche settimane, cominciò la più rapida deportazione dell’intera guerra: tra maggio e luglio, circa 437.000 ebrei vennero trasferiti ad Auschwitz-Birkenau. In quei mesi, si presentarono agli Alleati due occasioni concrete per intervenire: una proposta negoziale proveniente da ambienti nazisti e una proposta di evacuazione avanzata da organismi internazionali. Entrambe rimasero senza seguito. (Continua a leggere)
23 - Due scelte fatali: lo sterminio e il non intervento
Tra la fine degli anni Trenta e il 1945, le politiche adottate dalle democrazie occidentali nei confronti degli ebrei in fuga mostrano una coerenza che non può essere attribuita né all’improvvisazione né alla mancanza di informazioni. Si trattò di un orientamento stabile, che attraversò governi diversi e circostanze diverse, e che ha avuto al centro un principio costante: la protezione degli ebrei non costituì una priorità autonoma, ma è stata sempre subordinata a considerazioni politiche, strategiche e demografiche. Questa coerenza emerse già nel luglio del 1938 alla Conferenza di Évian. La Conferenza di Évian (6-15 luglio 1938) fu convocata su iniziativa del presidente degli Stati Uniti Franklin D. Roosevelt con l’obiettivo dichiarato di trovare una soluzione internazionale al problema dei rifugiati ebrei che fuggivano dalla Germania nazista e dall’Austria dopo l’Anschluss (marzo 1938). Trentadue paesi si riunirono per affrontare il problema [...] (Continua a leggere)
24 - 1938, Evian: nasce la non azione internazionale
25 - 1938-1944 Sterminati in Europa, respinti ovunque
Durante la guerra, per molti ebrei italiani la Svizzera rappresentò l’ultima possibilità concreta di salvezza. Non era un territorio occupato, né un fronte di guerra e non era nemmeno sotto controllo nazista. Proprio per questo, la sua frontiera assunse un valore decisivo: attraversarla poteva significare vivere, esserne respinti avrebbe significato tornare direttamente nelle mani di chi stava organizzando la deportazione. La storia di Giorgio Latis e quella della famiglia Gruenberger mostrano con chiarezza che il respingimento fu una scelta che produsse conseguenze immediate e irreversibili. Nel novembre del 1943, Giorgio Latis accompagnò i genitori e la sorella verso la Svizzera [...] (Continua a leggere)
27 - Le frontiere si chiudono, si spalanca l’abisso
Come si apprende dagli episodi meglio documentati, tra il 1938 e il 1944 i respingimenti via terra, distribuiti sui confini di più paesi europei, coinvolsero decine di migliaia di ebrei. In quasi tutti i casi, il respingimento equivalse a un ritorno nelle mani di chi stava organizzando la persecuzione e lo sterminio. Ciò che emerge dalle fonti è un quadro omogeneo: gli Stati europei, prima e durante la Shoah, adottarono politiche di chiusura coordinate o parallele che ridussero drasticamente la possibilità di salvarsi. I valichi non divennero vie di salvezza ma parte del meccanismo di deportazione. Questo processo era iniziato già prima della guerra. Nell’ottobre 1938, la cosiddetta “Polenaktion” (Azione Polacca) è ricordata come la prima espulsione di massa di ebrei dalla Germania. (Continua a leggere)
28 - Fuga dalla Shoah: i profughi alla deriva
Allo scoppio della guerra, anche le rotte marittime che avrebbero potuto rappresentare una via di salvezza per migliaia di ebrei perseguitati, diventarono un’estensione delle politiche di chiusura attive lungo i confini terrestri. I porti dell’Atlantico, del Mediterraneo, del Mar Egeo e del Mar Nero applicarono rigidi criteri che impedirono l’attracco a navi cariche di ebrei in fuga, oppure concessero permessi temporanei che non garantirono alcuna sicurezza. Come accadde lungo i valichi di terra, anche in mare il respingimento e l’accanimento contro i profughi non fu un insieme di episodi isolati, ma una prassi ricorrente e coerente. Nel maggio del 1939, la St. Louis lasciò Amburgo con a bordo 937 ebrei (secondo altre fonti 963), in possesso di visti turistici per entrare a Cuba. Ciononostante, all’arrivo sull’isola, i permessi furono improvvisamente revocati e lo sbarco venne vietato. (Continua a leggere)
29 - Frontiere chiuse: condanna alleata per gli ebrei d’Europa
Mentre in Europa la guerra infuriava, per moltissimi ebrei in fuga fu presto chiaro che salvarsi sarebbe stato impossibile. Nonostante i tentativi, tenaci e continui, l’esito fu per quasi tutti lo stesso: un fallimento. Ci provarono lungo i confini tra nazioni oppure per mare. L’unica cosa che ottennero fu la ripetizione di un “no”, pronunciato in lingue diverse, ma comprensibilissimo a chiunque. Si arrivava a una frontiera e si veniva respinti. Si giungeva in vista di un porto e si restava in balia del mare. Si entrava in un paese neutrale e si veniva scacciati e spinti verso chi dava la caccia agli ebrei, per rinchiuderli e ucciderli. Come in un macabro gioco, si perdeva, si tornava al punto di partenza e ancora più vicino alla morte. (Continua a leggere)
30 - Né mare né terra: la mappa del rifiuto
La fuga degli ebrei dall’Europa in guerra, non fu impedita soltanto dalla persecuzione nazista, dall’occupazione militare o dall’apparato di deportazione. Fu ostacolata in modo sistematico anche da una serie di decisioni assunte da stati al di fuori dell’Asse ma che, in forme diverse, mantennero o irrigidirono politiche di ingresso, transito e sbarco proprio mentre la persecuzione si trasformava in sterminio. Le fonti mostrano che il respingimento non fu un fenomeno episodico o marginale, ma una componente strutturale del contesto europeo in cui la Shoah si sviluppò.
- 1938: la chiusura come scelta condivisa
Il 1938 rappresentò un punto di svolta. Nel luglio di quell’anno, alla Conferenza di Evian, trentadue stati si riunirono per affrontare la crisi dei profughi ebrei provenienti dalla Germania e dall’Austria dopo l’Anschluss. La gravità della situazione venne riconosciuta apertamente, ma nessuno degli stati presenti adottò misure umanitarie per salvare gli ebrei. (Continua a leggere)
31 - Salvarsi, da soli
Nelle settimane scorse, abbiamo ripercorso le drammatiche traversie patite dagli ebrei prima e durante gli anni dello sterminio. Portare in superficie e organizzare quei fatti storici è stato necessario, dal momento che tutto ciò che accadde prima e durante la guerra, influenzò e determinò quanto accadde dopo la “liberazione”. Abbiamo descritto come nessuna nazione si prese la responsabilità né di impedire l’organizzazione dello sterminio degli ebrei, né di salvare loro la vita all’indomani dell’emanazione delle leggi razziali e dell’inizio della persecuzione. Tutte le frontiere via terra rimasero chiuse, le navi dei profughi furono respinte in mare, le quote di ingresso negate, i visti annullati. Non si trattò di incidenti isolati o di inevitabili rigidità belliche, ma di scelte politiche consapevoli, che ridussero drasticamente ogni possibilità di salvezza. La fine della guerra non interruppe questa dinamica. La trasformò. I campi di sterminio vennero liberati, ma non ci furono accoglienza e solidarietà. Le potenze alleate non predisposero un piano per il reinserimento dei sopravvissuti ebrei, né riconobbero loro lo status di vittime di guerra che, in quanto tali, li avrebbe posti sotto una tutela speciale. La gestione dei sopravvissuti ebrei trovati ancora miracolosamente vivi nei campi nazisti, si ridusse a un trasferimento nei Displaced Persons Camps, dove vennero considerati alla stregua di altri prigionieri [...] (Continua a leggere)
32 - Rinascere ebrei, dopo lo sterminio: tre vite
Nascere dopo la Shoah ha significato venire al mondo dentro un vuoto. Un vuoto di persone, di parole, di tradizioni, di gesti quotidiani che per secoli avevano dato forma alla vita ebraica europea e che lo sterminio nazista aveva brutalmente estirpato. Lea Fleischmann, Esther Dischereit e Barbara Honigmann appartengono a questa generazione: donne ebree nate in Germania tra il 1947 e il 1952, figlie di sopravvissuti o di esuli, cresciute in un’Europa in cui l’ebraismo non era più una presenza viva, ma un’assenza dolorosa. Le loro storie raccontano tre destini individuali legati da un’esperienza comune: quella di un’identità cancellata e poi faticosamente cercata e ricostruita. Tutte e tre nascono dopo la Shoah, ciononostante la persecuzione segna lo stesso le loro vite. È una “memoria ereditaria”, un evento che aleggia costantemente sulla loro esistenza. Le immagini dello sterminio, delle deportazioni, dei campi di concentramento abitano i loro sogni, i loro testi, il loro sguardo sul presente. Lo sterminio degli ebrei d’Europa non ha privato queste donne soltanto dei propri legami familiari, le ha private del proprio ebraismo. La tradizione ebraica, la religione, la lingua, i riti, il senso di appartenenza sono stati ridotti a frammenti, a cocci difficili da ricomporre. (Continua leggere)
33 - Estate 1945: i sopravvissuti entrano nei DP Camps
34 - I sopravvissuti si organizzano
Alla fine della Seconda guerra mondiale, l’Europa fu attraversata da una massa senza precedenti di profughi. Milioni di persone non poterono – o non vollero – rientrare nei luoghi d’origine a causa delle città distrutte, dei confini ridisegnati, delle violenze persistenti e delle persecuzioni che non si erano interrotte con la fine delle ostilità. Per gestire questa situazione, le autorità alleate allestirono i Displaced Persons Camps (DP Camps), strutture pensate come soluzioni temporanee ma dove moltissime persone rimasero anni. Questo fu il caso di molti sopravvissuti ebrei della Shoah. I DP camps divennero per loro spazi di permanenza prolungata, in cui fu necessario ricostruire da zero una vita collettiva dopo la distruzione quasi totale delle comunità europee. Tra il 1945 e il 1947, l’Italia svolse un ruolo centrale in questo processo, ospitando una rete articolata di DP Camps, in cui si svilupparono forme avanzate di organizzazione sociale, educativa, religiosa e politica. Nell’immediato dopoguerra, all’interno dei DP Camps italiani si registrò la presenza di almeno 40.000 ebrei sopravvissuti. (Continua a leggere)
35 - Sospesi nel vuoto
La fine della Seconda Guerra Mondiale, in Europa, coincise con il ritorno a una vita di pace solo per alcuni. Per gli ebrei sopravvissuti ai campi, l’incubo non si era ancora concluso. Come abbiamo spesso sottolineato, si tratta di una delle pagine della storia del dopoguerra più offuscata nel racconto pubblico della Shoah, oltre a essere la ragione principale che ha determinato la creazione del progetto “Riprendiamoci la memoria”. La conclusione del conflitto, per la maggior parte degli ebrei sopravvissuti fu solo la fine dello sterminio “attivo”, dal momento che migliaia di persone continuarono a morire anche nei mesi e negli anni successivi, come conseguenza delle torture e delle privazioni degli anni di internamento. Per tale ragione, non divenne un punto fermo da cui poter ripartire, poiché la distruzione del popolo ebraico non fu solo fisica, fu anche culturale, linguistica, religiosa e simbolica. La Shoah non aveva massacrato soltanto i corpi. Aveva spezzato le tradizioni, interrotto la trasmissione educativa e religiosa, dissolto comunità che non erano semplici aggregati di individui, ma mondi complessi. Yiddish, ebraico, pratiche religiose, modelli educativi, reti sociali: tutto venne demolito in modo sistematico. (Continua a leggere)
36 - Vita, cultura, lavoro prima del ritorno
La liberazione dei campi di concentramento e di sterminio non fu, per la maggior parte dei sopravvissuti ebrei, il punto di partenza da cui ricominciare. Le potenze alleate non elaborarono un piano rapido e strutturato per la loro accoglienza e così molti di loro furono trasferiti nei Displaced Persons Camps (DP Camps), sorti in Germania, Austria ma anche in Italia, ricavati da ex campi di concentramento o da strutture militari dismesse. I sopravvissuti furono classificati per nazionalità, non come gruppo perseguitato specificamente in quanto ebreo. Il Rapporto Harrison, pubblicato nell’agosto 1945, descrisse con chiarezza questa condizione: i reduci ebrei continuavano a vivere dietro al filo spinato, sotto sorveglianza armata, in condizioni di sovraffollamento e precarietà igienica. È in questo contesto di mancata accoglienza che nei DP Camps prese forma un processo di riorganizzazione ebraica che riguardò tutti gli aspetti della vita quotidiana. Nell’immediato dopoguerra, i sopravvissuti ebrei iniziarono a definirsi She’erit Hapletah (שְׁאֵרִית הַפְּלֵיטָה), espressione biblica che significa letteralmente “il resto dei salvati”. Il termine assunse un significato politico e sociale preciso: i sopravvissuti, consapevoli della distruzione subita, non si persero d’animo e lavorarono alla propria rinascita.
1- Rappresentanza e autogoverno
Uno dei primi casi documentati di autogoverno ebraico si registrò nel DP Camp di Bergen-Belsen, nella zona di occupazione britannica. (Continua a leggere)
37 - Cipro: sopravvissuti dietro il filo spinato inglese
Come abbiamo spesso visto in queste settimane, il mare ha rappresentato uno spazio cruciale per la sopravvivenza o la morte degli ebrei e non solo per le innumerevoli navi cariche di profughi che ne hanno solcato le acque. Abbiamo parlato del Mar Nero, del Mar Egeo ma ancora non avevamo parlato del Mar Mediterraneo. E, più esattamente, di Cipro. Subito dopo la fine della guerra, infatti, furono moltissimi gli ebrei che cercarono di imbarcarsi nei porti del Mediterraneo occidentale per emigrare e ricominciare una nuova vita. Meta principale, la Palestina mandataria. Un paio di settimane fa abbiamo raccontato la storia della nave Patria, i cui sopravvissuti furono deportati dagli inglesi in un campo di concentramento allestito nelle Mauritius, a dimostrazione che la determinazione degli inglesi a non far sbarcare nemmeno un ebreo nei territori del suo mandato in Palestina era ferrea. Dopo la fine della guerra, quella determinazione non venne meno. Per ostacolare questi “viaggi della speranza”, sull’isola di Cipro gli inglesi allestirono allora altri campi di internamento, che funsero da ennesima barriera per fermare l’esodo dei reduci ebrei verso le coste della Palestina mandataria. (Continua a leggere)
38 - Dal lager alla prigionia inglese: le storie
Rose Lipszyc e Shmuel Katz sono stati due sopravvissuti alla Shoah. Le loro storie sono state diverse, tuttavia sono stati legati da un’esperienza comune: l’illusione della libertà con la fine della persecuzione nazista, che ha coinciso con l’internamento nei campi britannici di Cipro. Per loro, come per molti altri ebrei scampati allo sterminio, Cipro non fu solo una semplice tappa a metà tra l’Europa e l’Yishuv, rappresentò un altro muro, un altro ostacolo apparentemente insormontabile. I campi di internamento di Cipro, infatti, non ebbero solo lo scopo di contenere fisicamente coloro che cercavano salvezza nel Mandato. Così come in molte altre occasioni che abbiamo descritto – ad esempio la deportazione degli ebrei alle Mauritius -, anche in questo caso l’obiettivo britannico fu quello di scoraggiare in tutti i modi l’immigrazione clandestina ebraica, l’Aliyah Bet. Dopo essersi salvata grazie a documenti falsi e sotto le mentite spoglie di una bambina polacca, Rose Lipszyc intraprese un lungo cammino a piedi verso il Mediterraneo. Come migliaia di altri profughi ebrei, voleva emigrare nella Palestina mandataria, l’unico luogo che dopo lo sterminio occorso in Europa sembrava costituire speranza e sicurezza di sopravvivenza. Fu un viaggio carico di aspettative, pieno del bisogno di lasciarsi definitivamente alle spalle la guerra e gli anni vissuti nella paura. [...] Anche Shmuel Katz arrivò a Cipro dopo essersi miracolosamente salvato dalla distruzione dell’Europa ebraica. Nato a Vienna e cresciuto tra Austria e Ungheria, sopravvisse alla guerra grazie alla protezione offerta dalla “Glass House” di Budapest, dove il diplomatico Carl Lutz nascose molti ebrei per salvarli dallo sterminio. Nel dopoguerra, anche lui come molti giovani ebrei legati al movimento sionista, vide nella Palestina mandataria l’unica possibilità per una rinascita collettiva. Nel 1946 riuscì a imbarcarsi sulla Knesset Israel. Il viaggio, carico di aspettative politiche e personali, si concluse però con l’intercettazione della nave da parte della marina britannica e il trasferimento forzato dei passeggeri in uno dei 12 campi di detenzione di Cipro. (Leggi l'intero post)
39 - Exodus, l’ultima vergogna
Nel dopoguerra europeo, l’Exodus rappresentò sia una nave che tentò di portare in salvo i sopravvissuti ebrei nella Palestina mandataria, sia la continuità dell’opposizione britannica all’immigrazione in quell’area. Infatti, la vicenda dell’Exodus si colloca proprio nel quadro dell’Aliyah Bet, cioè l’immigrazione ebraica clandestina, che si era comprensibilmente intensificata dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Ma c’è molto di più: fu il primo caso in cui la Gran Bretagna non solo continuò a intercettare le navi cariche di disperati, ma le rispedì in Europa, applicando ancora una volta e con totale miopia la logica di contenimento che aveva già guidato la politica britannica in passato. Il quadro normativo è ormai noto, ne abbiamo parlato ampiamente nelle settimane precedenti. Con il Libro Bianco del 1939, il governo britannico aveva limitato l’immigrazione ebraica nella Palestina mandataria a 75.000 persone in cinque anni, subordinando ulteriori ingressi al consenso arabo. Alla fine della guerra, pur con migliaia di sopravvissuti ammassati nei DP Camps europei, quella impostazione non venne rivista. (Continua a leggere)
40 - Cipro. Fuggiti dai nazisti, prigionieri degli inglesi
All’inizio del secondo dopoguerra, decine di migliaia di ebrei scampati ai campi di sterminio nazisti vennero intercettati dalle autorità britanniche mentre tentavano di raggiungere la Palestina mandataria via mare e vennero internati in campi di detenzione dell’isola di Cipro. Questa nuova politica fu il risultato diretto della continuità della politica britannica sull’immigrazione ebraica, fondata sul mantenimento del blocco imposto dal Libro Bianco del 1939, che limitava drasticamente l’ingresso di ebrei nella Palestina mandataria nonostante le traversie patite durante lo sterminio. Mentre nei campi per displaced persons dell’Europa occupata prendeva forma una società ebraica provvisoria che si fortificava giorno dopo giorno, la Palestina mandataria rimaneva ancora chiusa. Le autorità britanniche continuarono a considerare l’immigrazione ebraica non come una risposta umana a una catastrofe mossa dall’odio antiebraico, ma come un problema di ordine pubblico e che avrebbe potuto creare squilibri e crisi. Ecco perché nell’agosto del 1946 il governo britannico assunse una posizione ancora più drastica del Libro Bianco. (Continua a leggere)
41 - Da deportati a deportati: la politica britannica
Nel 1945 la Gran Bretagna è tra le nazioni che hanno sconfitto il nazismo. È una potenza vincitrice, centrale nella definizione del nuovo ordine europeo e mediterraneo. Ma fu anche l’autorità che decise di internare di nuovo migliaia di ebrei sopravvissuti allo sterminio per la ragion di stato. Si tende a pensare che l’internamento degli ebrei, prima nei ghetti e poi nei campi, sia stato esclusivamente un prodotto nazista e spesso, coscientemente o meno, si omette dalle pagine della Seconda Guerra Mondiale che anche i britannici, sebbene con altre motivazioni, hanno agito allo stesso modo. Attenzione, però. L’onestà intellettuale e il rigore storico impongono di specificare che i campi di internamento britannici non furono costruiti come luoghi di sterminio, quella fu un’esclusiva tutta nazista. Tuttavia, in questi campi, che fossero nella Palestina mandataria, alle Mauritius o a Cipro, la vita fu tutt’altro che facile. I campi di internamento britannici furono l’ennesima gabbia messa intorno agli ebrei scampati alla Shoah... (Continua a leggere)
42 - Il limbo dopo il lager
I campi di internamento di Cipro erano già operativi prima della vicenda della Exodus, ma fu proprio il clamore mediatico suscitato nel 1947 dal ritorno forzato dei sopravvissuti in Europa a rendere politicamente insostenibile quella pratica, trasformando Cipro nella soluzione per contenere l’immigrazione ebraica. Da quel momento, gli immigrati intercettati non vennero più rispediti in Europa, ma trasferiti nei campi ciprioti. Cipro diventa il luogo in cui la politica di contenimento assume una forma stabile: dodici campi, distribuiti tra Caraolos, nei pressi di Famagosta, e Dekhelia, vicino a Larnaca, entrambi già utilizzati in passato per la detenzione militare. Le condizioni di vita erano difficili: tende e baracche, caldo estremo, carenze igieniche, assistenza sanitaria limitata. L’internamento a Cipro non fu una misura temporanea. Durò anni. Anche dopo la proclamazione dello Stato di Israele, avvenuta il 14 maggio 1948, migliaia di ebrei restarono comunque rinchiusi nei campi. Al momento della nascita di Israele, circa 28.000 internati si trovavano ancora a Cipro. I rilasci cominciarono, ma lentamente, al ritmo di 1.500 persone al mese. Solo tra gennaio e febbraio 1949 gli inglesi liberarono gli ultimi 10.200 internati, in gran parte uomini in età militare. Con la loro partenza, il sistema dei campi viene definitivamente smantellato. (Leggi l'intero post)
43 - Aliyah Bet: con ogni mezzo, verso la Palestina
Il termine Aliyah Bet entrò in uso negli anni Trenta per distinguere l’immigrazione clandestina da quella legale. La politica restrittiva del Libro Bianco costrinse le organizzazioni ebraiche a organizzarsi sul fronte operativo dell'immigrazione clandestina. Durante la Seconda Guerra Mondiale le operazioni proseguirono in forma frammentaria e ad altissimo rischio. Le traversate furono poche, le navi sovraffollate, le intercettazioni frequenti. Non si trattò di un movimento di massa, ma di tentativi limitati di salvataggio, spesso conclusi con naufragi o respingimenti. La fine del conflitto non segnò una discontinuità nelle politiche britanniche, ma modificò radicalmente il contesto umano e numerico. Dopo il 1945, con migliaia di sopravvissuti reclusi nei Displaced Persons Camps, le operazioni dell’Aliyah Beth cambiarono scala e da operazioni sporadiche – sotto il giogo nazista da una parte e il ferreo controllo degli ingressi nei territori del mandato dall’altra – cominciarono i trasporti di massa. Le rotte furono organizzate attraverso strutture già esistenti. La rete terrestre della Brichah accompagnò i sopravvissuti dai luoghi di origine o dai DP Camps verso i porti d’imbarco, mentre la gestione delle navi fu coordinata dalla Haganah, in particolare dal Palyam. Italia e Francia assunsero un ruolo centrale come piattaforme logistiche per le partenze clandestine. (Leggi l'intero post)
44 - Due donne, una speranza
L’immigrazione ebraica clandestina verso la Palestina mandataria fu un fenomeno che attraversò l’Europa e il Mediterraneo, per un decennio, dal 1938 al 1948. Tra tutti i protagonisti di questo “ingranaggio della speranza”, unica possibilità di salvezza per migliaia di esseri umani in fuga dall’annientamento, ci sono due donne straordinarie: Ada Sereni e Ruth Aliav-Klüger. Ada Ascarelli Sereni nacque a Roma nel 1905. Aveva conosciuto suo marito, Enzo Sereni, a scuola e, con lui, era immigrata nell’Yishuv. Era ritornata in Europa nel 1945 alla ricerca proprio di Enzo, che si era paracadutato oltre le linee tedesche e che, dopo essere stato catturato, aveva trovato la morte al campo di Dachau nel 1944. Ada giunse in Italia il 3 luglio 1945 con l’esercito britannico, ufficialmente per assistere la Brigata Ebraica, in realtà, per compiere una “missione” affidatale dall’Agenzia Ebraica, vale a dire l’organizzazione dell’immigrazione clandestina dei sopravvissuti allo sterminio dai porti italiani ed europei verso la Palestina mandataria. [...]
Ruth Aliav Klüger nacque a Kiev nel 1910, in un’Europa orientale segnata da pogrom, guerre e spostamenti forzati. Entrò giovanissima nel movimento giovanile sionista-socialista Ha-Shomer ha-Za’ir, studiò a Vienna, imparò molte lingue e sviluppò una capacità che sarebbe diventata decisiva: muoversi tra mondi diversi senza attirare attenzione. Nel 1930 emigrò nell’Yishuv. Dopo un periodo nel kibbutz Mishmar ha-Emek, si trasferì a Tel Aviv e iniziò a lavorare nel dipartimento Relazioni Estere della Histadrut. Nel 1938 venne reclutata da Eliyahu Golomb e Berl Katznelson nella Mossad le-Aliyah Bet, l’organizzazione incaricata di aggirare le restrizioni britanniche all’immigrazione ebraica. Era l’unica donna. (Leggi l'intero post)
45 - La Spezia, porta di Sion
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, il Golfo di La Spezia divenne uno dei principali snodi dell’emigrazione ebraica verso la Palestina mandataria. Venne scelto proprio per la combinazione di fattori geografici, politici e umani che lo rendevano il luogo perfetto per imbarcare migliaia di sopravvissuti alla Shoah. Tra il ‘46 e il ‘48, da questo tratto di costa partirono decine di navi, sia legalmente sia clandestinamente. Per la memoria collettiva e, soprattutto, per Israele, La Spezia fu ribattezzata con il nome di “la Porta di Sion”. Nel maggio del ‘46, nel porto di La Spezia erano pronti a salpare due imbarcazioni: la Fede e la Fenice. A bordo un totale di 1.014 ebrei, in larga parte sopravvissuti ai campi di sterminio nazisti e provenienti dai DP Camps. Le due navi erano pronte, ma la Gran Bretagna – potenza occupante sia in Italia sia in Palestina – sbarrò l’uscita dal porto con le proprie unità navali. Londra temeva che le partenze alimentassero le tensioni con il mondo arabo e superassero le quote d’ingresso fissate dal Libro Bianco: 75.000 ebrei in cinque anni, un numero ormai largamente insufficiente rispetto alla realtà del dopoguerra. Il blocco trasformò il porto spezzino nell’epicentro di una crisi internazionale. I profughi rimasero per settimane sulle banchine dove iniziarono uno sciopero della fame. I giornalisti di tutto il mondo arrivarono per documentare la protesta in atto, mentre la popolazione locale dimostrò un’umanità commovente, quando iniziò a portare cibo, coperte e a fornire assistenza ai profughi. Un ruolo decisivo fu, però, svolto dalla pressione dell’opinione pubblica internazionale, incendiata dalla visita di Harold Lasky, presidente dell’esecutivo del Partito Laburista britannico, che intervenne direttamente sulla necessità di non affamare uomini, donne e bambini sopravvissuti ai lager. (Continua a leggere)
46 - Kibbutz: cuore e mente dello Stato Ebraico
Quando si parla delle origini del kibbutz, definirlo banalmente come una “organizzazione agricola” è un errore grossolano. Si trattò, in realtà, di un’esperienza integrale e totalizzante che unì lavoro, vita quotidiana, educazione, autodifesa e ideologia politica – socialista – in un’unica struttura comunitaria. Alla base vi fu l’idea che la costruzione di una società ebraica autonoma non potesse fondarsi su modelli sociali importati dall’Europa, né su rapporti gerarchici tra datori di lavoro e lavoratori, ma su una partecipazione collettiva e consapevole, fondata sulla responsabilità reciproca. Il principio guida alla base fu quello della distribuzione secondo i bisogni e del contributo secondo le capacità. I kibbutz sono stati tra gli elementi portanti dell’Yishuv – vale a dire l’insediamento ebraico sorto nella regione della Palestina tra la fine dell’Ottocento e il 1948, in un periodo compreso tra la dominazione ottomana e la fondazione dello stato di Israele, passando per il mandato britannico. Ne hanno fornito l’ossatura sociale, economica e politica, con l’ambizione di formare un ebreo “nuovo”, legato al fare, al produrre, al decidere insieme.
Alla fine del XIX secolo, circa 15 000 ebrei, in gran parte provenienti dalla Russia meridionale, si trasferirono nella Palestina ottomana. Si tratta della cosiddetta prima aliyah. Le ondate migratorie successive furono accelerate dai sanguinosi pogrom nell’Europa orientale e dalla crescente instabilità politica. L’area geografica della Palestina era quasi del tutto impraticabile, a causa delle paludi infestate dalla malaria, della quasi totale assenza di infrastrutture e delle condizioni agricole spesso proibitive. La terra venne acquistata – a prezzi ben oltre il valore effettivo – attraverso enti collettivi, in particolare il Jewish National Fund, e lavorata in forma comunitaria. L’obiettivo non fu la proprietà individuale, ma la costruzione di una presenza stabile e condivisa.
Tutto è partito da Degania Alef, tra il 1909 e il 1910 a sud del lago di Tiberiade, alla confluenza con il Giordano. In origine si trattava di una kvutzah, cioè un piccolo gruppo di circa trenta o quaranta persone che lavoravano e vivevano insieme, condividendo mezzi di produzione e decisioni. Degania Alef venne fondato da undici giovani pionieri e crebbe rapidamente: già nel 1914, il numero dei membri era aumentato in modo significativo.
Nel 1921 è la volta di Ein Harod, considerato il primo kibbutz formalmente istituito. Qui il modello si ampliò: non più soltanto un’unità agricola di piccole dimensioni, ma una comunità strutturata, con attività produttive diversificate, servizi interni ed educazione organizzata.
Tra gli anni Venti e Quaranta, la presenza ebraica nella Palestina mandataria crebbe rapidamente. Nel 1922 gli ebrei rappresentavano poco più dell’11% della popolazione; nel 1930 superavano il 16%; nel 1940 raggiunsero circa il 30%. Questo mutamento demografico incise profondamente sulla struttura interna dell’Yishuv. In questo contesto si affermò il principio della “conquista del lavoro” (kibbush haavoda), intesa come rigenerazione morale attraverso il lavoro manuale e come costruzione di una base economica autonoma. L’ideologo socialista Ber Borochov sostenne che solo la formazione di un proletariato ebraico consapevole potesse rendere possibile una società ebraica moderna e politicamente autonoma.
Negli anni Trenta, con l’intensificarsi delle tensioni con la popolazione araba presente sul territorio, i kibbutz assunsero anche una funzione difensiva. Si diffuse il modello dell’Homa u’migdal, la “torre e palizzata”: insediamenti concepiti come piccole cittadelle, con una torre centrale per la sorveglianza e un perimetro fortificato. Questo modello non fu soltanto una risposta militare, ma anche simbolica. Espresse l’idea di responsabilità collettiva e di integrazione tra lavoro, partecipazione e difesa. I kibbutz diventarono così anche luoghi di formazione per le strutture di autodifesa ebraiche, dalle prime organizzazioni di guardia fino alla Haganah. La vita nei kibbutz era regolata da un principio di partecipazione diretta. L’assemblea generale dei membri era l’organo decisionale centrale e nominava al suo interno un segretario. Ogni aspetto della vita – lavoro, educazione, distribuzione delle risorse – veniva discusso e deciso collettivamente. Grande importanza fu attribuita all’educazione. Fin dagli anni Venti, ogni kibbutz dispose di scuole interne e di un sistema educativo orientato alla vita comunitaria, al lavoro condiviso e alla partecipazione attiva. Nel 1922, vivevano nei kibbutz circa 700 persone; pochi anni dopo il numero crebbe rapidamente, fino a rappresentare, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale, circa il 5% della popolazione ebraica nella Palestina mandataria.
Lo sviluppo dei kibbutz fu strettamente legato ai movimenti giovanili sionisti-socialisti. In America, ma anche in Russia, organizzazioni come Hechalutz, fondata nel 1905 da Eliezer Joffe, preparavano i giovani alla vita comunitaria e al lavoro manuale prima dell’emigrazione nell’Yishuv. A metà degli anni Trenta, queste organizzazioni avevano già decine di migliaia di aderenti.
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, i kibbutz costituivano una rete articolata di insediamenti collettivi. Pur rappresentando una minoranza numerica all’interno dell’Yishuv, esercitarono grande influenza sulla vita politica, economica e militare. Da queste comunità provennero dirigenti, organizzatori e quadri, determinanti quando la questione dell’immigrazione dei sopravvissuti della Shoah e la nascita dello Stato d’Israele entrarono al centro del dibattito internazionale.
47 - Mai più da soli: verso lo Stato Ebraico
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, gli ebrei sopravvissuti alla Shoah si trovarono davanti a una libertà solo apparente. Non avevano un posto dove tornare ma, soprattutto, moltissimi di loro non avevano più nessuna patria nazionale in attesa di riabilitarli come cittadini. Allo stesso tempo, nessuna autorità internazionale si fece carico del loro futuro, al massimo la soluzione fu rinchiuderli di nuovo in attesa di capire che cosa fare di loro. Fu per tale ragione che si radicò ancora di più la consapevolezza che senza una struttura nazionale, il popolo ebraico sarebbe stato sempre vulnerabile. La possibilità di creare un focolare nazionale per tutti gli ebrei, però, era stata teorizzata ben prima delle leggi di Norimberga. Già alla fine del XIX secolo, Theodor Herzl, considerato il padre del Sionismo politico, aveva compreso che l’assimilazione degli ebrei in Europa non costituiva una garanzia di sicurezza e che un popolo senza sovranità, soprattutto un popolo soggetto da secoli alla più abietta persecuzione, sarebbe stato sempre esposto a ogni tipo di ritorsione violenta. I pogrom del ‘900, la Shoah, la connivenza internazionale di chi sapeva e non la impedì e il trattamento degli ebrei dopo lo sterminio, sono le prove storiche che Herzl aveva ragione.
Dopo il 1945, questa corsa al focolare nazionale si fece ancora più determinante. Gli ebrei scampati al genocidio, forti dell’esperienza appena vissuta nella quasi totale indifferenza globale, si organizzarono da soli e tramite reti clandestine, sistemi di assistenza, corridoi illegali, strutture di accoglienza e organizzazioni capaci di muoversi al di fuori – e spesso contro – le leggi vigenti, avvicinarono a sé questo sogno di una patria. L’Aliyah Bet, le navi clandestine, i kibbutz furono tutti gli strumenti in loro possesso per concretizzare quella necessità di sopravvivenza sia prima della guerra, nell’accogliere chi riuscì a fuggire dall’Europa, sia durante e dopo il secondo conflitto mondiale, quando fu chiaro che la liberazione non era stata sinonimo di libertà per tutti. In previsione di ciò, nell’Yishuv che precedette la fondazione di Israele, gli ebrei si dotarono subito di tutti gli “apparati” statali necessari in vista della propria autodeterminazione, come quelli per l’assistenza sociale, l’educazione, la sicurezza, l’immigrazione.
“Se non io, chi per me? Se non ora, quando?” divenne, così, l’imperativo di migliaia di ebrei del secondo dopoguerra. I solidi confini di uno stato furono l’unica via praticabile per la sopravvivenza, in una realtà che aveva appena dimostrato di quanto antisemitismo fosse capace e che non poteva di certo definirsi immunizzata dal rischio di future violenze.
48 - Verso la libertà: la rete che sfidò l’Impero britannico
L’origine delle reti clandestine ebraiche risale agli anni Trenta, quando l’accesso legale alla Palestina mandataria venne progressivamente limitato dalle autorità britanniche. Il Libro Bianco del 1939 stabiliva quote rigide per l’immigrazione, fissando un tetto massimo di ingressi in un arco temporale pluriennale, insufficiente rispetto ai flussi migratori in atto e del tutto inadeguato di fronte alla persecuzione in atto in Europa. Già prima dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale, il movimento sionista comprese che l’immigrazione legale non era più uno strumento praticabile. In quel contesto, si sviluppò un sistema parallelo, organizzato e coordinato, destinato a operare al di fuori del quadro giuridico imposto dal Mandato britannico. Il fulcro di questo sistema divenne il Mossad le-Aliyah Bet, creato nel 1938 come struttura incaricata dell’immigrazione ebraica clandestina verso la Palestina mandataria. L’organizzazione operò in stretto collegamento con l’Haganah, la principale forza di autodifesa dell’Yishuv. (Continua a leggere)
49 - Quando gli ebrei arrivano in Palestina
Quando, a partire dalla fine dell’Ottocento, in primi gruppi di ebrei iniziano ad arrivare in Palestina, si trovarono di fronte una regione periferica, agricola, scarsamente industrializzata, attraversata da equilibri sociali fragili ma relativamente stabili. Il loro arrivo determinò non solo un cambiamento demografico ma anche economico, sociale e infrastrutturale. Ed fu proprio questo a renderlo politicamente destabilizzante. I primi insediamenti ebraici introdussero nuove forme di organizzazione del lavoro, investimenti agricoli capitalizzati, infrastrutture, reti commerciali. In alcune aree la produttività crebbe e il territorio cambiò di conseguenza; si registrò un aumento delle opportunità di lavoro. Questo sviluppo attrasse manodopera araba ma alterò gli equilibri economici precedenti, producendo maggiore mobilità e competizione. La Palestina ottomana cominciò a trasformarsi prima ancora di diventare un “problema” politico internazionale. Sotto il dominio ottomano, questa trasformazione restò contenuta entro logiche imperiali di controllo e tassazione. Non esisteva ancora un progetto nazionale, né ebraico né arabo. Ma con la fine della Grande guerra e l’instaurazione del Mandato britannico, la Palestina entrò pienamente nella logica coloniale europea. E l’unico interesse della Gran Bretagna fu mantenere il controllo strategico della regione e delle sue risorse, preservando la propria potenza imperiale.
In questo quadro, la presenza ebraica rappresentò un fattore di crisi. Non perché destabilizzasse la convivenza con la parte araba, ma perché introdusse modernizzazione, autonomia economica, capacità organizzativa: tutti elementi che potevano mettere in discussione il dominio coloniale. La risposta britannica non fu un concentrato di promesse contraddittorie e ambiguità politiche. La vera violenza esplose nel primo dopoguerra. I pogrom e le rivolte si innestarono su un antisemitismo già presente nel mondo arabo, ben prima dell’arrivo degli ebrei europei, e che nei due decenni successivi venne ulteriormente radicalizzato dal contatto con l’ideologia nazista. La Gran Bretagna utilizzò questa ostilità a suo vantaggio: lasciò crescere la tensione, reprime solo parzialmente le rivolte, alternando concessioni e repressione e alimentando, secondo la logica del divide et impera. Le commissioni d’inchiesta, le proposte di spartizione, le restrizioni all’immigrazione non furono tentativi sinceri di soluzione, ma i meri strumenti di amministrazione del conflitto. La violenza diventò linguaggio politico, mentre il Mandato perdeva progressivamente ogni capacità di governo effettivo. Al principio degli anni Quaranta, il sistema era ormai al collasso. La questione ebraica, aggravata dalla catastrofe europea, si intrecciò definitivamente con quella araba.
Questa settimana partiamo da qui: che cosa accade quando una società cambia più velocemente di quanto il potere coloniale sia in grado di gestire? E cosa succede quando chi porta il cambiamento diventa, per questo stesso motivo, il bersaglio principale?
50 - Orde Wingate, l’antisionista che diventò sionista in Palestina
Orde Wingate arrivò nella Palestina mandataria nel settembre 1936, come ufficiale britannico destinato al Medio Oriente. Parlava arabo e aveva già prestato servizio in Sudan, con truppe arabe. Conosceva bene il mondo arabo-musulmano dall’interno e condivideva, almeno in partenza, la visione prevalente tra i militari inglesi del Mandato, quella che si reggeva sull’asse con i leader arabi locali e che considerava il sionismo come un elemento estraneo e destabilizzante. Ma, una volta assunto l’incarico, l’ufficiale cominciò a prendere coscienza di una realtà diversa da quella concepita fino a quel momento. Studiò con intensità la storia della regione e dell’Yishuv, visitò gli insediamenti ebraici, osservò sul terreno cosa significasse costruire economia, infrastrutture e sicurezza dal niente, in un territorio che l’amministrazione britannica continua a trattare come semplice spazio strategico. Imparò anche l’ebraico e strinse rapporti con Chaim Weizmann e Moshe Sharett. (Continua a leggere)
51 - Attacco agli ebrei in Palestina
A proposito della Palestina sotto il mandato britannico, la violenza degli anni Venti e Trenta viene spesso liquidata come una sequenza di “disordini” o “incidenti” tra comunità. Questa lettura attenuante oscura un dato essenziale: già nel primo dopoguerra, la violenza entrò nella vita del territorio e venne normalizzata e sfruttata nella gestione coloniale. L’amministrazione britannica scelse consapevolmente di evitare uno scontro diretto con la leadership araba, perché una presa di posizione chiara avrebbe messo in discussione il proprio dominio e l’assetto imperiale dell’area. La tensione sociale emerse con forza per la prima volta nel 1920, a Gerusalemme, proprio all’inizio del Mandato. Durante le celebrazioni di Nabi Musa, la violenza anti-ebraica esplose in forma collettiva. L’amministrazione britannica si trovò davanti a un bivio che orientò tutta la sua politica successiva: garantire la protezione delle comunità civili oppure mantenere l’ordine secondo priorità imperiali? Prevalse la seconda opzione. Le forze britanniche intervennero quando la violenza aveva già prodotto morti e devastazioni e gestirono gli eventi come semplice problema di ordine pubblico, evitando qualsiasi riconoscimento della loro natura mirata. Nel 1921 la violenza si estese a Jaffa e ad altri centri urbani. Gli attacchi colpirono persone, attività economiche, luoghi di lavoro e quartieri in cui lo sviluppo ebraico era più visibile. Questo aspetto rivelò un elemento centrale: la violenza prendeva di mira anche un modello sociale ed economico perché percepito come destabilizzante. L’intervento britannico restò tardivo e privo di incisività; l’amministrazione liquidò gli scontri come tensioni locali e, come se non bastasse, reagì con misure che colpirono proprio le comunità ebraiche: restrizioni all’autodifesa, confisca delle armi, controllo sempre più stretto delle strutture comunitarie.
Il 1929 segnò il punto di non ritorno. A Gerusalemme, Hebron e Safed la violenza assunse la forma del pogrom. A Hebron, in particolare, la comunità ebraica, radicata lì da secoli, venne praticamente spazzata via. L’intervento britannico arrivò solo a massacro compiuto e, ancora una volta, la mattanza venne trattata come una banale rivolta, un escamotage linguistico che permise di eludere ogni responsabilità politica diretta. Le sanzioni contro i rivoltosi restarono marginali e, anzi, semmai il rapporto con la leadership araba si consolidò ulteriormente. Dal 1936 la violenza assunse carattere continuativo. Per tre anni, fino al 1939, attacchi armati, sabotaggi e intimidazioni di matrice araba colpirono insediamenti ebraici, infrastrutture e interessi britannici. L’amministrazione mantenne la sua posizione: alternò repressione e concessioni. La possibilità per gli ebrei di costruire una difesa autonoma restò sistematicamente ostacolata e la sicurezza venne usata come leva di controllo politico, non come strumento di tutela. La minaccia al governo coloniale, data dall’accelerazione economica e sociale operata dagli ebrei nella Palestina mandataria, fu la ragione principale di questa politica. Ecco perché si decise di sfruttare la violenza esercitata dalla società araba: doveva disinnescare il cambiamento, per permettere una maggiore controllo sulla regione. La strategia britannica fu, in buona sostanza, un divide et impera. L’innovazione portata dal movimento sionista, foriero di modernizzazione agricola, organizzazione del lavoro, cooperazione, diritti sociali, idee politiche nuove avrebbe finito col demolire la logica coloniale fondata sulla gerarchia, sull’equilibrio con élite tradizionali arabe e sulla conservazione dell’ordine. Gli ebrei vennero, così, trattati come un problema meramente politico, ancor prima che culturale e demografico.
Con la tolleranza delle violenze e la connivenza con la leadership araba, il conflitto si radicalizzò e si stabilizzò. Le conseguenze di questa politica esercitata dal governo britannico stanno alla base del conflitto che, ancora oggi, funesta l’intera regione.
52 - Il sionismo, ebrei vivi
Il sionismo è stata una corrente di pensiero sviluppatasi in Europa a cavallo tra il XIX e il XX secolo, come risposta politica a una crisi sociale concreta. Dopo le emancipazioni ottocentesche, dove gli ebrei europei avevano ottenuto diritti formali, fu evidente che continuassero a rimanere esposti a una crescente insicurezza sociale e politica. I pogrom nell’Impero russo, l’antisemitismo organizzato in Europa centrale e l’esclusione prodotta dai nuovi Stati nazionali trasformarono l’ebreo in una figura vulnerabile. Nel 1896, Theodor Herzl pubblicò Der Judenstaat (Lo Stato ebraico), un testo breve ma decisivo per la nascita del movimento. Herzl postulò la sua testi partendo da una constatazione politica chiara: gli ebrei, ovunque si trovassero, continuavano a essere una minoranza malvista. La soluzione da lui proposta fu la costruzione di uno Stato, in grado di garantire sicurezza e responsabilità collettiva per il popolo ebraico. L’anno successivo, nel 1897, il Primo Congresso Sionista riunito a Basilea conferì al movimento una struttura organizzata e una dimensione internazionale. Da quel momento, il sionismo entrò stabilmente nella storia politica europea.
Fin dall’inizio, si presentò come un movimento plurale. Accanto al sionismo politico di Herzl emersero correnti differenti. Ahad Ha’am elaborò un sionismo culturale che individuava nella rinascita linguistica e morale il nucleo centrale del progetto. Si affermò anche il sionismo socialista, rappresentato da figure come Ber Borochov, che legava il ritorno in una terra alla trasformazione dell’esperienza ebraica attraverso il lavoro e la cooperazione. Il sionismo religioso, con pensatori come Abraham Isaac Kook, rilesse il processo in chiave redentiva. Più tardi, negli anni Venti e Trenta, Vladimir Jabotinsky diede forma al sionismo revisionista, proponendo una risposta nazionalista in un contesto segnato da una conflittualità crescente. A partire dalla fine dell’Ottocento, con le prime aliyot, gruppi di ebrei iniziarono a stabilirsi nella Palestina ottomana. L’immigrazione aumentò soprattutto dopo il 1904 e poi negli anni Venti, sotto il Mandato britannico. Vennero fondati kibbutz e moshav, si organizzarono sindacati, scuole, istituzioni sanitarie, organismi rappresentativi. Vennero bonificati terreni per dare impulso all’agricoltura e creare posti di lavoro. Una trasformazione che modificò inevitabilmente gli equilibri sociali e rese il progetto sionista un attore politico concreto, dotato di una crescente ma scomoda autonomia.
Il conflitto con la popolazione araba prese forma proprio nel momento in cui la modernizzazione ebraica incise su terra, lavoro e potere locale. La tensione si politicizzò, sfociando in rivolte e pogrom. Il sionismo si trovò a operare in un ambiente sempre più ostile, andano via via configurandosi come un progetto di liberazione nazionale e di autodeterminazione e, per questo, in antitesi con il governo coloniale. Le restrizioni all’immigrazione e le limitazioni alla sicurezza contro gli ebrei che caratterizzarono gli anni Trenta, rifletterono il tentativo di contenere questo progetto di emancipazione anticoloniale. Con il Libro Bianco del 1939 la rottura tra l’Impero e il movimento sionista divenne incolmabile. Sotto questa pressione, il movimento sionista rafforzò ancora di più le proprie strutture difensive e le leadership politiche e ridefinì le proprie strategie. La pluralità delle correnti interne al movimento rimase viva, tuttavia si consolidò su una visione collettiva: trasformare una condizione storica di vulnerabilità in una forma di autodeterminazione totale.
All’inizio degli anni Quaranta, il sionismo era ormai un fatto concreto, con radici profonde, istituzioni funzionanti e una società capace di sostenersi da sola: c’erano tutti i presupposti per la nascita di una nuova nazione.
53 - Il sionismo, un riuscito progetto anticoloniale
Nel corso del tempo, la definizione di sionismo è stata inquinata da distorsioni e propaganda e ha finito per assumere un’accezione negativa, collegata a forme di suprematismo e violento nazionalismo. Niente di più sbagliato. Il sionismo non è stato altro che un movimento politico moderno, incastonato nell’ondata di movimenti indipendentisti che ha caratterizzato il XIX secolo, dall’Europa al Sud America e tra i quali figura anche il Risorgimento italiano. Con il sionismo, la Palestina ha smesso di essere soltanto una delle tante regioni soggiogate all’impero ottomano ed è diventata un laboratorio di modernità. In pochi decenni, una regione scarsamente abitata, a tratti paludosa, è stata protagonista di un processo di organizzazione produttiva, di cooperazione, di costruzione istituzionale. Una trasformazione che parlava il linguaggio dell’Europa politica del Novecento, quello delle nazioni che si danno forma attraverso il lavoro e l’autogoverno. Per gli ebrei, tra l’altro, tutto questo ebbe un significato ancora più profondo. Dopo secoli di precarietà giuridica e di esposizione alla violenza in Europa, l’idea di una nazione propria rappresentava una soglia storica e determinante per la propria sopravvivenza: passare dall’attesa di una protezione nazionale costantemente disattesa, all’autoprotezione. Tuttavia, è stato proprio lo spirito di autoconservazione ad aprire la frattura insanabile con la politica coloniale britannica. Gli inglesi si sono trovati ad affrontare un movimento che produceva a ritmi impressionanti un’autonomia reale ma che, allo stesso tempo, metteva in crisi il principio stesso del dominio imperiale. La risposta fu scontata: cercare di schiacciare con ogni mezzo le spinte indipendentiste ebraiche. In questo gioco di potere, furono sfruttate proprio le élite arabe locali, non nuove all’uso della violenza contro gli ebrei. Nel corso del tempo, i danni della logica coloniale non hanno di certo interessato solo la Palestina, basta vedere gli effetti devastanti di quella applicata dai belgi in Ruanda.
Infatti, molte fonti di cronache dell’epoca dimostrano che i rapporti tra arabi ed ebrei erano dopotutto distesi, benché la storia degli ebrei nei paesi musulmani sia una storia di persecuzioni e pogrom. Ma, nei primi decenni del Novecento fu proprio l’amministrazione britannica, con promesse non mantenute e una strategia volta a mantenere il potere, a esacerbare le tensioni tra arabi ed ebrei, sia quelli che sfuggiti alle persecuzioni in Europa, sia quelli che abitavano in quei territori da secoli, alimentando e legittimando la violenza di una fazione contro l’altra, fino a trasformare quella araba in un’arma sociale contro il focolare nazionale ebraico.
54 - Modernizzazione e dignità: la radice del conflitto
Alla fine dell’Ottocento, la Palestina era una provincia periferica dell’Impero ottomano, caratterizzata da un’economia agricola estensiva, da una debole infrastrutturazione e da assetti sociali tradizionali. La popolazione locale viveva prevalentemente di agricoltura tradizionale, con un controllo della terra concentrato nelle mani di notabili e famiglie influenti. La presenza ebraica preesistente era antica ma numericamente ridotta e non incideva sugli equilibri complessivi. Il territorio si presentava come uno spazio marginale dell’Impero, con scarsa mobilità sociale e limitate possibilità di sviluppo autonomo.In questo contesto, a partire dal 1882, iniziarono ad arrivare gruppi di ebrei provenienti dall’Europa orientale, portatori di un progetto politico e sociale nuovo. Da quel momento, la Palestina entrò in un processo di trasformazione profonda che, nel corso di alcuni decenni, ne modificò il tessuto economico, demografico e istituzionale.
Le prime aliyot e l’avvio della trasformazione
Con le prime aliyot, tra il 1882 e la Grande Guerra, l’insediamento ebraico assunse una forma nuova. Si trattò di un processo civile fondato sull’acquisto legale delle terre e sulla costruzione di comunità organizzate. Gli insediamenti introdussero pratiche agricole intensive, sistemi cooperativi, nuove forme di lavoro e una pianificazione razionale del territorio. Lo sviluppo economico generò una crescente domanda di lavoro. Le opportunità offerte dagli insediamenti ebraici attrassero manodopera araba dalle regioni vicine, dando origine a una migrazione interna significativa. La popolazione complessiva crebbe, i centri urbani si espansero, le attività commerciali si moltiplicarono. La trasformazione riguardò anche la dimensione sociale. Cambiarono i rapporti sociali, le modalità di accesso al lavoro, il valore della terra. Il territorio entrò in una fase di dinamismo sconosciuta fino a pochi decenni prima.
In questa fase emersero le prime tensioni strutturali. La modernizzazione alterò equilibri consolidati e ridusse il potere delle élite tradizionali. Il controllo sulla terra e sul lavoro si indebolì, mentre nuovi attori sociali acquistarono visibilità e influenza. Il conflitto nacque come reazione a questo cambiamento. La presenza ebraica venne progressivamente rappresentata come una minaccia: trasformazione economica, mobilità sociale, perdita di controllo politico. Il discorso ostile si strutturò attorno al rifiuto della modernità e alla difesa di assetti tradizionali.
Nel primo dopoguerra, la Palestina passò sotto il controllo britannico. Con l’istituzione del Mandato, il territorio entrò in una nuova fase politica. L’amministrazione britannica agì secondo una logica imperiale fondata sul controllo indiretto, sulla mediazione con le élite locali e sulla conservazione degli equilibri regionali. Il progetto sionista, che costruiva istituzioni autonome e una società organizzata, entrò progressivamente in attrito con questa impostazione. La spinta all’autogoverno e alla responsabilità collettiva risultò incompatibile con una gestione coloniale orientata al contenimento delle tensioni emergenti.
La Dichiarazione Balfour e l’ambiguità imperiale
Nel 1917, con la Dichiarazione Balfour, il governo britannico affermò il proprio sostegno alla creazione di un “focolare nazionale per il popolo ebraico” in Palestina. Questo atto, spesso letto come un gesto puramente diplomatico o morale, si collocò nel contesto imperiale dell’epoca: la Gran Bretagna mirò a consolidare il proprio controllo su un’area strategica nel Medio Oriente post-ottomano, utilizzando il progetto sionista come strumento politico. tuttavia, la Dichiarazione introdusse fin dall’origine un’ambiguità strutturale. Da un lato riconobbe le aspirazioni ebraiche, dall’altro subordinò la loro realizzazione alla tutela degli equilibri locali e degli interessi imperiali. Con l’istituzione del Mandato britannico, questa ambiguità divenne prassi amministrativa: il potere imperiale si presentò come garante di promesse incompatibili, aprendo uno spazio di conflitto che scelse di gestire invece di risolvere.
Rivolte e pogrom nei territori del Mandato
Negli anni Venti e Trenta la tensione sfociò in violenza aperta. Nel 1920, nel 1921 e soprattutto nel 1929, attacchi contro le comunità ebraiche assunsero la forma di veri e propri pogrom. Nei territori del Mandato britannico, le forze di sicurezza intervennero spesso in ritardo, quando la violenza aveva già prodotto vittime e distruzione. L’amministrazione coloniale definì questi eventi come disordini o rivolte, evitando di riconoscerne la natura mirata. Le conseguenze politiche risultarono evidenti: punizioni blande per i responsabili, restrizioni all’autodifesa ebraica, limitazioni crescenti alla sicurezza delle comunità colpite. La violenza produsse risultati concreti e per questo tese a ripetersi.
Nel 1937 la Commissione Peel segnò un passaggio decisivo. Per la prima volta, un organismo ufficiale britannico riconobbe apertamente che il conflitto tra il progetto sionista e quello arabo era strutturale e che la convivenza all’interno di un’unica entità amministrata dall’Impero non produceva stabilità. La proposta di partizione rappresentò un’ammissione del fallimento della politica del Mandato britannico. Tuttavia, invece di affrontarne le cause, la Commissione tentò di contenere il problema ridimensionando il progetto ebraico e affidandosi ancora una volta alla mediazione con la leadership araba. Il rifiuto arabo della proposta e l’uso della violenza come leva politica rafforzarono una dinamica già in atto: ogni crisi produsse nuove concessioni, ogni scontro venne seguito da ulteriori limitazioni all’autonomia ebraica. Da questo momento, il potere britannico orientò la propria azione verso il contenimento sistematico del progetto sionista.
Sionismo come progetto anticoloniale
In questo contesto il sionismo assunse sempre più chiaramente i tratti di un progetto di liberazione nazionale e di autodeterminazione. Costruì istituzioni, organizzò la difesa, sviluppò una società capace di reggersi autonomamente. Questa traiettoria entrò in rotta di collisione con il potere coloniale, che vide minacciata la propria capacità di controllo.Le restrizioni degli anni Trenta culminarono nel Libro Bianco del 1939, che limitò drasticamente l’immigrazione ebraica proprio mentre l’Europa diventava uno spazio di persecuzione sistematica. Il rapporto tra il movimento sionista e l’amministrazione britannica entrò in una fase di rottura irreversibile.
La Seconda Guerra Mondiale e la Shoah accelerarono un processo già in corso. Milioni di ebrei europei vennero sterminati, mentre i territori del Mandato rimasero in larga parte chiusi all’immigrazione. La società ebraica già presente si rafforzò, consolidò le proprie strutture politiche e sociali e preparò il passaggio alla sovranità. Quando il Mandato britannico terminò e si arrivò al 1948, il punto di rottura era stato raggiunto da tempo. La nascita dello Stato di Israele rappresentò l’esito di un processo storico avviato decenni prima, non un evento improvviso o isolato.
Conclusione
Il sionismo agì come un movimento politico moderno che produsse sviluppo, modificò equilibri sociali e sfidò un ordine coloniale. Il conflitto in Palestina nacque dunque dal cambiamento e dalla reazione che esso suscitò. Il 1948 e la fondazione dello stato di Israele chiuse un processo lungo, strutturato e coerente, che attraversò più di mezzo secolo di Storia.
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