domenica 10 ottobre 2021

Mirko Trevisanello, scrittore e giornalista, Treviso (1924 - ...)

 

Lo scrittore e giornalista trevigiano Mirko Trevisanello.

Mirko Trevisanello, copertina di Cae de Oro - Quadri Trevigiani,
Edizioni Canova, Treviso, 1995. Presentazione di Sante Rossetto.

Biografia di Mirko Trevisanello
(dai risvolti di copertina di Cae de Oro)

Mirko Trevisanello: risvolti di copertina di
Cae de Oro - Quadri Trevigiani
Canova, Treviso, 1995.
Presentazione di Sante Rossetto.

Trascrizione

Nato a Treviso nel 1924. Ha frequentato il liceo scientifico perché dal Classico è stato buttato fuori nel 1941. Leva di mare ma... finisce in una banda di allegri guerriglieri di Tito. Poi è stato ferito, si è beccato un anno e venti giorni (sic!) a letto in un ospedale da prigionieri nel Meklenburgo. Ne ha passate di tutti i colori. Figlio, nipote, pronipote di pescivendoli e pescivendolo lui stesso. Nel 1946 esce "Bassa Marea", Poesie - prefazione di Giovanni Comisso, Edizioni Canova. Poi per "Treviso l'Altra" scrive un racconto lungo. Quindi, dopo miserie e traversie varie entra nella redazione di Treviso, e poi, di Venezia, del "Diario" di G[ianni] De Michelis.
Nel 1980 esce "Mi introdusse nella casa del vino" (Storie e volti di osterie trevigiane), Edizioni Altrarea, Treviso. L'anno seguente esce "L'Eros venerando", infelice aborto editorial-tipografico. E' stato corrispondente e inviato di "Milano-Sera" dal 1949 al 1954. Ha collaborato con "Paese Sera", "Unità", "Slobodna Dalmacija" (in croato), "Lotta Partigiana", "Radio Alfa". E' stato direttore responsabile di "Venezia 7", "Cagnan", "Pagine Venete" e altre testate minori. 
Attualmente è direttore responsabile dei Telegiornali di "Canale 55" emittente TV di Pordenone. Collabora anche a "Il Popolo" di Pordenone, a "Tutto Pordenone", a "Friuli 7 giorni". E' stato fino ad aprile Consulente stampa dell'APT di Bibione dove risiede. 


Perché questo post?

Non tanto per il ricordo che ho della sua gestione dell'Antica Torre, locale che Mirko trasformò in popolare e frequentatissima "osteria con cucina" al posto dell'elitaria enoteca delle origini [la prima di Treviso, con soli salumi e formaggi per accompagnare il vino].
Non tanto per la brevissima frequentazione che ho avuto con lui nel Diario di Treviso, primo quotidiano nel dopoguerra a rompere il monopolio del Gazzettino, nel 1978, precedendo "sul filo di lana" la tribuna di Treviso.
Quanto per il fatto che, sfogliando internet - oltre ai titoli dei suoi volumi - non sono riuscito a trovare uno straccio di riga [tranne un meritorio accenno di Antonio Frigo]* che parlasse della sua vita e delle sue opere. E non è giusto. 

* "Mirko Trevisanello, il pescivendolo, giornalista, scrittore, uomo di guerra e d'amore, che, dopo la morte, Treviso con fastidio si ostina a dimenticare, nonostante abbia lasciato libri fantasmagorici".

martedì 27 aprile 2021

La borella (a borèa): regole, tecnica e materiali

                                                                                                                                      

Il gioco della borella può essere individuale, a coppie, a terne e a “passo fermo”.

Individuale, detto anche “Mestrina”. «Quando si trovavano in tanti giocatori, non si poteva fare coppie o terne, si faceva individuale: la Mestrina. Si buttavano quattro bae [bocce] – ognuno quattro bocce – chi buttava giù più sóni [birilli] vinceva. In caso di parità: due bocce per spareggio e dopo veniva fuori il vincitore. Solitamente giocavano alla Mestrina, quando puntavano soldi. [...] Mettevano una "posta" ogni uno e trattenevano la mancia per el boreín [di solito un ragazzino che rilanciava la boccia ai giocatori]».
«C'era uno che teneva conto con un gessetto, perché si giocava in venti venticinque, dipende. Teneva il segno: alla fine, se c'erano due o tre che avevano fatto pari, stesso numero di birilli, rilanciavano, decidendo al momento se due bocce o tre. Chi si aggiudicava (il nuovo giro) vinceva la partita». (Antonio Busatto, 2008/3a 06:46 + Idem 27.24)

Individuale, detto anche “Baƚa e son”. Cfr. gli ultimi tornei - con cadenza annuale (pre Covid) - ancora organizzati all’osteria Alle Crosere, di San Bartolomeo di Breda di Piave. (Tribuna di Treviso, 27 maggio 2016 - articolo di Galliano Pillon). // Cfr. la gara organizzata a Zero Branco dalla locale Pro Loco e dal Comune il 2 ottobre 2011. (Sito Lista Civica Feston, Ultima consultazione (e archiviazione): 27.4.2021).

Individuale, detto anche “Batifondo”. «Senza limite di numero, chi perde va fuori». Batifondo o (anche) “Butafora”.
(Guido Piovesan, file 21011101, 11:33)

Individuale, detto anche “Batifondo”. «Il numero era aperto. “quattro bae secche” per ciascun giocatore e potevano partecipare tutti quelli che volevano. Bastava che mettessero la loro quota. Sì, però non è che potessi essere in cinquanta sennò cominciavi e non finivi più. - Perché ognuno, quante bae aveva da giocare? Dipende da come “chiamavi”: potevi chiamare “do bae fora”, cioè giochiamo due bae, oppure “tre bae fora”. Dipende da come “si chiamava” prima di cominciare. Potevano giocare anche una baƚa solo, ma era raro che giocassero una baƚa solo».
(Renzo Bassi, file 20122401, 16: ca. + 35:ca)

Individuale. «Erano gare di borella combinate così, una domenica […]. Ci siamo trovati una volta a Monastier, ad esempio, che eravamo in 215 che giocavano. “Individualisti”. […] - Vezzà E dov'era? - Pontel Da Bosa, a Monastier. [Prima di San Pietro Novello, provenendo dalla Callalta] […] Eravamo in 215 e io e mio fratello abbiamo fatto il 4° e 5° premio. Tutti due, perché abbiamo "sbusà a baƚa" ... è passata in mezzo ai sóni. Avevamo fatto sette soni e con l'ultima abbiamo sbusà tutti e due. Io e anche la sua. Siamo arrivati quarti e anche quinti. Io e lui... - Pavan Non c'era un limite? Non c'era – mettiamo – chi arrivava prima a venti... - Pontel  No, si restava sempre in meno perché il cerchio si restringeva. Si andava avanti «'ndandoghe fora» - dicevamo così - si giocavano anche dieci palle ciascuno. Una a me, una a lui, una a me, una a lui. Se io battevo, lui batteva... (Giancarlo Cervi "Pontel", 2008.02a 6:45 + Mario Vezzà)

Individuale, alle Fiere di San Luca, Treviso. «Per alcuni anni anche alla Fiera di Treviso veniva allestita una borella e i visitatori della fiera, quelli capaci, si cimentavano in gare individuali (la Mestrina)». Mettevano una tariffa, e tutti quelli che volevano partecipare si prendevano un biglietto, si pagava. - Ah, erano i giostrai stessi… No, era uno, là… Io sono andato due tre volte e facevano questa borella proprio in occasione delle fiere, sul Prà dea Fiera, un po' in disparte, in uno spazio vicino alla chiesa. Là prendevi un biglietto, pagavi la quota e giocavi. Ti trovavi anche in trenta, quaranta; bisognava star là [abbastanza tempo]. Era un privato che organizzava, avrà avuto una licenza, un permesso per fare questa cosa. «Ogni giocatore lanciava quattro bocce, e chi faceva più birilli vinceva e si aggiudicava il premio in denaro, cioè il totale delle quote versate da tutti i partecipanti, meno la quota parte per chi aveva allestito il gioco [e anche per il boreín]». (Busatto, 2008.03b, 33:35)

Individuale. «Mi ricordo che io e mio fratello, che anche lui era abbastanza un bel giocatore, organizzavamo le gare e una volta abbiamo fatto una gara e ci siamo trovati in 145 giocatori, qua da Busatto, a San Giuseppe di Treviso».
Sul grande numero di giocatori nelle gare individuali, vedi anche la “Maratona della Borella” a Catena di Villorba. Cfr. "Gioco a soldi". (Lino Rossi, Borella 2, 06:10,YouTube)

Individuale. «Gare fra ospedalieri: Ospedale Civile e Neuropsichiatrico. - I piazzamenti erano per forza di cose o primo o secondo. Eh no! si giocava individuale. E quando si gioca individuale bisogna che butti fuori i tuoi e anche i suoi, per arrivare primo; non è facile». (Gian Paolo Martin, 2008.02a, 13:21)

A coppie. «Si giocavano - non so - tre bae per ognuno e la partita di borella si disputava a un cèo, due cèi, tre cèi, come i tre giochi delle carte. [Un “cèo”, era la frazione base della partita, come nel tennis o nella pallavolo, un “set”.].«Mettiamo che fossimo in quattro persone. Avevamo tre bae io e tre bae quello assieme a me: riuscivamo ad abbattere cinque sóni con sei bocce; gli altri giocavano le sei bae e se facevano sette sóni vincevano; se ne facevano sei era pareggio (e in tal caso si spareggiava); se facevano cinque sóni perdevano, e in tal caso il cèo l’avevamo vinto noi. Si rifaceva il giro con altre tre bae ciascuno… chi faceva sette sóni vinceva il cèo. Alla fine si contava e chi aveva vinto più cèi aveva vinto la partita».
(Rossi, Borella 3, inizio)

A coppie. «- Una coppia quante bocce aveva a disposizione? Giocava tre bocce a testa e si dovevano vincere "do cèi". Cioè, se con le prime tre bocce si vinceva un gioco (un cèo), per vincere la partita bisognava vincere due giochi, do cèi.
(Busatto, 2008.03b, 23:10)

A terne. Era la stessa roba: sempre tre bocce a testa, e dopo – in caso di parità – si rilanciava. Chi faceva di più si aggiudicava il secondo gioco e vinceva. Non poteva restare alla pari, perché, si ributtavano altre due bocce (una boccia in meno, si scalava sul numero delle bocce). (Busatto, 2008.03b, 24:15)

Squadre. Erano squadre di due tre persone. - Quante bae avevano a testa? Si mettevano d’accordo prima: erano dalle due alle tre bocce a testa, che giocavano: dipendeva da come si mettevano d’accordo.
- Bisognava vincere due giri? Sì, come si fa con il gioco delle carte. Alla scopa, quando si vince una e una, dopo se fa “a bea”. - Spareggio, insomma. Esatto, per decretare il vincitore. 
(Lorenzo Susigan, file 20121901, 16:ca.)

Da fermo. C'erano due stili, nella borella: uno con la rincorsa e uno “a passo fermo”, cioè senza fare passi. Praticamente il giocatore faceva un movimento, el meteva el piè dentro su sta pèca, che a jera 'na buséta, metteva la punta del piede qua così, e dopo faceva un passo a sinistra e lanciava la boccia, ma da fermo. Era il cosiddetto “passo fermo”. C'erano quelli, come mio papà, che giocavano “a passo fermo”, così. - Aveva dei vantaggi o era un'esibizione di bravura? No, era uno stile ... forse erano più precisi, quelli che giocavano a passo fermo, perché non avevano lo sbilanciamento di uno che fa una breve rincorsa; quello che giocava a passo fermo era più preciso, però ci voleva più potenza. (Busatto, 2008.03b, 13:13)

Da fermo, detto anche “Boreon”- Rossi: «Una volta c’era anche el boreon che si giocava, sempre su una borella, così. Si giocava a tre metri, però. Dopo se vuoi ti faccio vedere [video YouTube]. Sempre con i tre sóni ma con le bocce più grandi, però. Bisogna tirare addosso ai sóni e chi faceva più sóni vinceva. Era un’arte fare tre sóni alla volta, col baƚon grosso. Chi sapeva tirare bene, prendeva il primo in testa così, il secondo e l’ultimo. Pavan: Era una rarità el boreon? - Rossi: Sì, era giocato qua nella zona, da noi. Era un’alternativa alla borella. - Smaniotto: I sóni erano sempre sopraelevati? 
- Rossi: Non era importante che fossero sopraelevati o no. Ai giocatori interessava tirare addosso al són, diretto, da tre metri. L’arte era di prendere la boccia in mano, averla così e giocarla diritta, perché se volevi menàrla non prendevi niente».
(Rossi 13091302, 01:53 - File audio)

Da fermo: “a passo fermo”. [Esibizione di abilità]: «Una sedia sopra il tavolino … sopra il tavolino giocavo a passo fermo! Bisogna essere robusti, e riuscivo a lanciare la boccia stando fermo. Senza muovermi, perché non potevo cascar giù dal tavolino, da sopra la sedia. - Ma lo faceva così per esibizione o… Perché ero bravo anche a giocare da fermo! Anche ora, quando gioco a bocce, non faccio tanti passi». (Cervi, 2008.02a, 02:18)

Da fermo - Curiosità. «Giovanni Toscan, arrivava qua in bicicletta, aveva la baƚa davanti, personale, su una borsetta… e una scarpa. Aveva una scarpa. Perché la scarpa? Quando arrivava qua, si levava le sue scarpe, perché a giocare la borella si consumavano, sulla ghiaia… e si era fatto fare la scarpa sinistra con il tacco più alto, perché giocando “a posto fermo”, da fermo come ho giocato io prima [el boreon], lui col tacco riusciva a mettere la gamba sinistra davanti e col tacco alto così trovava il giusto equilibrio per giocare bene la baƚa. - Spettatore: Si metteva a livello! - Rossi: arrivava, smontava dalla bicicletta, si metteva su la scarpa… era bello vederli, questi qua! - Spettatore: Gioco truccato!
».
(Borella 2, YouTube, Rossi, 05:ca)

Bae personali. «- Riguardo alle bocce, ognuno aveva la sua boccia personale? Personale. Tutti i migliori giocatori avevano la loro baƚa personale - Un set di bocce. Sì... eh ben. - Con cosa le portavate? In macchina, avevamo la borsa con tre quattro bocce, cinque, dipende». (Martin, 2008.02b - 30:ca)

Bae, Chi le faceva? «-Rossi: come si chiama quello che faceva le bae? -Mogno: Benozzi Ilario, da Santambròso [Sant’Ambrogio di Trebaseleghe PD] vicino alla trattoria Al Fassinaro. -Rossi: Sì lo so, sono andato anch’io a farmi fare le bae, là. - Pavan: Era un laboratorio artigiano? - Rossi: No, era uno che aveva il tornio. - Mogno: Sì, laboratorio tipo falegname. - Rossi: Che faceva la bae... un altro, era qua a Santa Cristina, lo chiamavamo Fonso Tèto […], Fonso, quello che aveva due dita: faceva bae, faceva sóni». (Arnaldo Mogno + Rossi, Borella 3, 12:05)

Bae, Chi le faceva? «- Chi era l'artigiano che le faceva? Erano in diversi che facevano queste palle. Uno era a Biban di Carbonera. Un certo Moinèa, Molinella: un falegname, aveva il tornio; dopo ce n'era un altro verso Casacorba, da quelle parti là. [Forse il Benozzi da Sant’Ambrogio cui accennano Rossi e Mogno]». (Martin, 2008.02b 25:35)

Bae, Chi le faceva? «- Pietro de Biasi (Piero Susin) a S. Bortolo [San Bartolomeo di Piave], vicino all’osteria Alle Crosere». (Giacomo Trevisiol, file 21010701 10:45)

Bae, Chi le faceva? «- Col tornio, Zanotto di Quarto d’ Altino. (Giuliano Mazzariol, file 21032801) 
Ma a volte (solo i sóni) erano fatti anche dai contadini, magari non tanto dritti». (Piovesan, file 21011301 28:08)

Bae, Chi le faceva. « […] Poi via via con la fabbricazione di piccoli camion in legno, alla ricerca di ruote, sulle tracce di piccoli artigiani della città: ecco così la torneria in via Ferrarese del signor Romano, o in Cal del Vento, dai Ravanelli dove si fabbricavano bocce e birilli, per il gioco della borella».
(Gianfranco Crespan, Presidente del Gruppo Folcloristico Trevigiano, catalogo della mostra “Poco, gnente e fantasia”, Museo Etnografico Provinciale TV, “Case Piavone”, 2014) 

Bae, diametro e peso. « Bae ce ne sono di varie dimensioni: si partiva ad esempio, con una baƚa da 12, poi da 13, da 14, da 15, 16, 17, 18 centimetri di diametro. - Perché queste dimensioni diverse? Perché erano alla portata di ognuno. Se tu hai un fisico da tirare una baƚa da 17, io non ho il fisico e la tiro da dodici, e pesa manco. - Quindi, anche quando c’erano i tornei… Ognuno aveva la sua boccia. Uno poteva avere anche un 20 cm diametro e pesava due chili e mezzo. Io ad esempio giocavo con un diciassette e mezzo, diciotto, dipendeva dalla borèa [campo di gioco] e la baƚa faceva un chilo e nove, due chili. - Era un bel peso! Era un lancio di 18 metri […] 15:36 A quindici anni giocavo con un “16”: pesava un chilo e quattro etti. Dopo sono cresciuto e ho cominciato a fare uno e sette, uno e otto anche due chili, dipende». (Rossi, Borella 303:48)

Bae, diametro e peso. «12 cm, 14, 16, 20, 22 e anche più… certi omenàti »! (Mazzariol, file 21032801 01ca.)

Bae, diametro e peso. «- Una boccia da 18 o 20 centimetri di diametro, quanto pesava? 1,8 – 1,9 – 2 chili. - Però! Ci voleva un braccio da scherzo a tirarla. Tirarla? E controllarla!».(Martin, 2008.02b, 28:59)

Bae, diametro e peso. «Da 15 cm a 22, ma da 22 devi fartele fare appositamente». (Bassi, file 20122401 11:ca.)

Bae, tipo di legno. «- In che legno?... Di òpio. - Erano di òpio, acero campestre? Sì. Qualcuno aveva l'ulivo, però era troppo pesante. A seconda del diametro, diventava tanto pesante. [...] Invece l'òpio aveva un peso normale, era garantito. - Era anche duro a sufficienza? Eh, altro che duro! Però bisognava metterlo… finito di giocare, andava messo nel nailon, sennò si crepa. - E quando il nailon non c'era? Eh, ma allora giocavano come giocavano. Dopo siamo entrati più nel professionismo... - Quando c'erano i campionati veri e propri? Anche prima. Da quando è venuto fuori il nailon, la si proteggeva col nailon. Perché la boccia non deve prendere aria, mantiene lo stesso peso e non si crepa. - E prima? La mettevano magari sulla sabbia, non so, per dire... Non lo so, perché prima c'erano quelli che giocavano una volta alla settimana. Parliamo di altri tempi, oltre settant'anni fa, giocavano una volta alla settimana. Non erano giocatori competitivi come quelli di oggi. Cioè, dopo siamo entrati nel professionismo, veramente. [...] 29:54 Era ricercato l'òpio, e pagavi; in quel tempo là pagavi – parliamo del 1977-78 – pagavi 15000 lire una palla. Io tante volte gli ho portato il legno e tante volte magari le faceva lui. Però, per avere una boccia più garantita gli portavi anche il legno e lui la faceva col tuo legno. - Il legno andava a prenderlo da chi? Dove che sapevo. - Il legno lo lasciava stagionare? Sì, bisogna che sia stagionato. - Dove lo metteva a stagionare? Sempre all'ombra, coperto e all'ombra, sotto una tettoia aperta. Un anno, un anno e mezzo, anche due anni, e dopo gli portavi i tronchi e lui col tornio mi faceva la boccia. - E lo stesso procedimento di essiccazione andava fatto anche per i sóni?  Sì». (Martin, 2008.02b, da 26:24) 

Bae, tipo di legno. «E bae, che sappia io, le migliori, le più resistenti erano quelle di òpio. - Ottenute da tutto il tronco? Sì vanno fatte sul tronco intero perché l’òpio ha già, nasce proprio lui, di per sé, con tutti groppi, fa già un “senso de partía”, con tutti i groppi che ha. - E i sóni? I sóni: sicuramente quelli forti, che li battono da tutte le parti e non si spaccano, sono fatti con "legno de partìa", cioè con legno ottenuto da un tronco tagliato a metà, escludendo il midollo centrale (“non lasciando la medoƚa al centro del tronco”). Quella metà la si può tornire, girare torno torno fino ad ottenere sóni resistenti perché, non avendo più la medoƚa è sparito il punto di rottura. - Sempre con legno di ópio? Sì, sempre di òpio [acero campestre]; dopo, magari per i sóni - se si facevano con legno de partía - andava bene anche a gasía [l’acacia] e anche l’olmo è abbastanza adatto e resistente per i sóni». (Mazzariol, file 21032801, da inizio a 02 ca.)

Bae, tipo di legno. «- I sóni di che legno sono? I sóni sono fatti, perché durino: di rovere, ma a volte erano anche leggeri, di pioppo, di platano o anche di olmo. - Non c’era un legno particolare? No: gli alberi che erano nostri, qua della zona, più resistenti o meno resistenti, ma erano alberi della nostra zona. - E bae, invece? Le bocce, lo stesso. - Non sono di un legno particolare? Sono di due tre tipi. Ce ne sono di faggio, ce ne sono di olmo, ce ne sono di rovere, platano, pioppo».
(Rossi - Borella 3, 03:05)

Bae, tipo di legno. «Legno di òpio (acero campestre)». (Bassi, file 20122401, 11:00 ca.)

Bae, tipo di legno. «- Pavan: Chiedevo prima: che legno adoperavate?  - Rossi: Faggio, platano, pioppo, olmo. - Mogno: Platano, platano». (
Borella 312:00 ca.)

Bae, tipo di legno. «Fatte con la sóca di vari legni, anche ópio, ma solo le migliori, le bocce del campione. Poi le facevano bollire e asciugare. A stagionare le mettevano in caneva, sotto le botti. Per le bocce in uso nelle osterie veniva invece usato il tronco normale di vari legni, anche di platano». (Trevisiol, file 21010701, 2:25+8:07)

Bae/bocce. «Grosse quasi come un pallone da calcio». (Piovesan, file 21011101, 13:ca. [Come gran parte degli intervistati, Piovesan non dà importanza, non ricorda il tipo di legno con cui erano fatte. NdC] 

Bae«Mi è rimasta una cassetta di bocce. Anzi, ho detto a mio figlio «se vuoi bruciarle, non tutte ...» [ghe gavea dito anca a me fiol: se te vol brusarle, no tute ... votu che e tegna là a far cossa.] - No, orca miseria. Non bruciarle! Cosa vuoi che le tenga là a far cosa. Una la regalo a lei!». (GP. Martin, 2008.02b, inizio)

Baƚa, caratteristiche. «Con 'na taca (una tacca) - 'na tachéta proprio che ghe stava apena el polpastrel, cussì, proprio per tegnerla ferma e dopo darghe el giro ». (Busatto, 2008.03b, 02:23)

Birilli, spaciàre. «-Il gioco dei birilli, anche quello era diffuso? ... E spàciare. I birilli, sì. Sono venuti dopo, però. Prima c'era la borella, i birilli sono venuti dopo. Quando io ero piccolo, c'era la borella; dopo abbiamo avuto i birilli, anche noi. […] Ora continuano in zona Piave, ma anche a Villorba». (Busatto, 2008.03b, 08:57)

Bocce o borella? «- Perché lei preferiva la borella alle bocce? Mi scaricava i nervi». (Bassi, file 20122401, 4:ca)

Borea«Il gioco della borella era più "grezzo" [termine usato anche da Giancarlo Pontel] rispetto al gioco delle bocce».
(Vezzà, file 2008.02a - 03:10ca.)

Borea: nei campi, privata, nel cortile di casa «- Mogno: In ogni osteria c’era la borella; anche nelle famiglie l’avevamo! Ogni famiglia; noi avevamo una borella, in famiglia. - Che mestiere facevano, a casa sua? I contadini. - Rossi: Era il biliardo dei contadini. - Mogno: Era il biliardo dei contadini, la borella. Borella e bocce, lungo la stradina». (Mogno , Borella 3, 11:25)

Borea: nei campi, privata, nel cortile di casa. «- Mi dicevi che ognuno [giocava anche] sulla sua terra.  Ricordo che, quando da noi non c'era ancora la borella, avevamo il cortile e ci siamo fatti tre sóni con la cortèa, alti così. Confinava con noi l’osteria Da Cesaron . Quando i veciòti giocavano, e bae che e sbrissava, [sfuggivano] e venivano di qua sul paƚù, noi andavamo sul paƚù a prenderci queste baete cèe, ma avevamo dieci dodici anni e trovavi queste baete e giocavamo a borea con queste baete, cinquant’anni fa! - Era proprio una roba molto sentita. Sì, sì. Alla domenica o al sabato noi ragazzi qua del colmello, ci trovavamo e si giocava a borella, a casa nostra o sulla casa di là. Quello era proprio il passatempo di una volta»!
(Rossi, Borella 3, 07:24)

Borea: nei campi, privata«A Quarto d’Altino, da Giorgio Zanotto. A Conscio un gruppo di amici dovrebbe giocare ancora». [Marzo 2021 - gruppo da individuare. NdC] - (Mazzariol, file 21032801, 04:ca.)

Boreín (bureín). «Mi sono comprato le scarpe da calcio, facendo el boreín». (Piovesan, file 21011101, inizio e 4:21)

Boreín (bureín). «Facevamo lotta noi bambini per farlo: io ero il più vicino [al campo di gioco] e prendevo il posto più facilmente di quelli che venivano da più lontano: e una volta preso il posto era difficile cederlo, perché ti davano quei sínque, dièse franchi». (Susigan, file 20121901, 04:39)

Boreín (bureín). «E dopo c'era el bureín, che buttava le bocce indietro. E quello lo si pagava; ogni partita o due gli si dava magari cinque centesimi, dieci, secondo l'epoca. Perché io mi ricordo di tanti anni fa». (Cervi, 2008.02a, 19:18)

Boreín (bureín). «- Pavan: Lei ha fatto l’esperienza del boreín. - Giampaolo Schiavon: el boreín, sì. [Giampaolo Schiavon, di Santa Cristina, è nipote di Lino Rossi; cfr. 04:04] [...] - Pavan: Mi ha detto che si è guadagnato anche centomila lire, è un modo di dire? - Schiavon: Tanto tempo fa … perché dopo - finita la gara - facevano le gare fra di loro, per soldi. - Rossi: E chi vinceva pagava el boreín. - Schiavon: E là venivano veramente fuori i soldi! Perché nelle gare erano quelli prefissati, trentamila lire, cinquantamila lire; però dopo, finite le gare si giocava a soldi. - Rossi: Mettevano su magari duecentomila lire e ne tiravano fuori diecimila per il boreín, ad ogni gioco. Io portavo via lui come boreín, io e mio cognato, il fratello di mia moglie che era carabiniere. Chiamavano el ceo [il ragazzino], e io el ceo l’ho portato via». (Borella 203:14)

Boreín (bureín). «Quello è il posto del bureín. - Protetto. Per legge bisogna che sia protetto; è capitato ancora, pompieri, roba... che osservano le pericolosità che possono esserci. Guai! Bisogna che sia protetto, perché a uno può scivolare, la boccia. - Eh sì, è come il lancio del martello, per dire. Può trattenerla in mano, scivolare, e se non è protetto. - È mai successo qualche incidente? Sì, successo, successo. Non qua, ma è successo. Ciò, te o copi, uno... con la velocità che ha una palla così, lo ammazzi. - Non morti, però, mai successo morti. No, morti no, ma infortuni pericolosi. - Chi lo paga el bureín? Chi gioca. Dipende: chi organizza, e chi gioca». (Martin, 2008.02b, 41: ca)

Borella in Italia e all’estero, emigranti trevigiani e veneti. «- Pavan: A Toronto- Rossi: Sì, al Club Veneto. - Pavan: Avevano un campo? - Rossi: Sì, avevano il gioco delle bocce, il gioco della borella… hanno tutti i giochi. C’è la pista di ballo. 
- Spettatore: Allora continueranno anche adesso. - Rossi: Sì, sì: ce l’hanno anche adesso: io ho giocato tre-quattro anni fa e Enzo ha giocato le bocce. - Pavan: Non hanno il problema dei giovani, allora. - Rossi: Loro, lì, sono tutti italiani che hanno sessanta settant’anni. A Toronto ho giocato e ho fatto stravedere, perché loro “giocavano” mentre io - arrivato là - “ho fatto netto”. Hanno detto: “ma tu sei un maestro”! Eh, ho detto… Era venti anni fa. Toronto, proprio, un bel club. - Pavan: In Australia anche, giocano? - Rossi: In Australia, sì, sì. Ho trovato domenica scorsa uno che è stato qua [all’agriturismo Al Sile ] e ha detto che non poteva restare ancora perché doveva tornare su, perché “ho da fare una gara fra un mese”. - Smaniotto: Forse anche in Argentina. - Rossi: In Argentina non so. Sono stato in Argentina a Buenos Aires, Mendoza, Cordoba, ma non ho visto la borella. Invece a Toronto sì, ho giocato, e in Australia giocano a Sidney, a Melbourne. - Smaniotto: Tuttora? - Rossi: Sì, giocano, giocano attualmente. Io ho degli amici. Anzi si sono portati su le bae da qua. Si sono fatti fare le bocce e se le sono portate in fondo da loro. - Pavan: E in Italia, dove ci sono emigranti veneti? - Rossi: In Lombardia. A Como, sì… sono andato a giocare anche a Como. Saranno venti anni fa. - Pavan: Ormai sarà finito anche là. - Rossi: Eh, ho paura; non so, non credo più ci siano borelle. Era vicino a Rovello Porro, in quelle zone là. Ora non so. Io avevo mia sorella là. - Pavan: Erano veneti, emigranti. - Rossi: Tutti trevigiani, veneziani, padovani. - Pavan: Ho letto che anche nelle bonifiche pontine, da quelle parti là... - Rossi: Io sono stato anche ad Arborea, e non ho visto borelle, e sì che ci sono tanti trevigiani. Non so a Latina. - Pavan (rivolto a Rossetto): A Latina dov’è che giocavano? - Rossetto: A Borgo Grappa. Sono nato nel 1946 e avevo sette otto anni, e là giocavano a borella. I miei sono andati giù al tempo della bonifica, e io sono nato a Borgo Grappa. 
- Pavan: E giocavano questo gioco, la borella e… anche “il quarantotto”? - Rossetto: Sì, ma hanno giocato poco il “quarantotto”; e anche la borella dopo un pochi di anni l’hanno buttata via. - Pavan: Adesso non c’è più di sicuro. - Rossetto: No, no … sicuro; qua in Italia non c’è più. Sparío [sparito]». (Borella 2, da 10:35 alla fine)

Borella: regole. «Una sola: non potevi passare nella rincorsa una certa linea, che non era neanche segnata».
(Bassi, file 2012240, 34:03)

Borella: regole partita, punteggi, “cèi”. «- Pavan: Una partita era un “cèo”? - Rossi: No un “cèo”: erano tre “cèi”, su una partita. - Pavan: “Cèo” è come dire un set…? - Rossi: Io e Mogno facevamo una partita. Io giocavo quattro bae, lui giocava quattro bae. Io facevo quattro sóni, lui ne faceva cinque e vinceva il “cèo”. - Pavan: Sarebbe stato il primo set. - Rossi: Dopo, partiva nuovamente lui. - Mogno: Chi arrivava prima a tre, vinceva. - Rossi: Chi arrivava prima a tre “cèi” vinceva la partita. Si potevano vincere "driomàn" [di seguito]. Sennò uno lo vincevo io e uno lui; ancora uno io e uno lui - che fa due a due - e poi chi vinceva il terzo vinceva la partita». (Rossi e Mogno,  Borella 3, 12:45 ca.)

Borella: vincite«A San Floriano di Callalta: una cassa di birra, lasciata fuori dall’osteria la notte “sulla fiducia”».
(Bassi, file 20122401, 19:ca)
«Anche schei, ma cifre accettabili». (Piovesan, File 21011301, da 24 a 28:ca.)

Bowling (el búli ). - «Ha preso il posto della borella, ai giovani non interessa più ‘sto gioco». (Busatto, file 2008/03, 22:ca)

Bowling. «- La borella sta scomparendo. Sì, infatti adesso hanno in mente questo bowling, che non lo capisco. Adesso i ga in mente sto búli che no o capisso. Tosati de vent'ani che joga a búli! ». (Martin , 2008.02a, alla fine)

Campionato. «- C'era qualche premio, quando facevate il torneo vero e proprio?
C'erano le medaglie d'oro. All'iscrizione dovevi versare una quota alla società, quota che comprendeva le premiazioni: 1°, 2°, 3°. Agli altri partecipanti gli davi magari una medaglietta d'argento di partecipazione». (Martin, 2008.02b, 32:ca)

Campionato«- Restando alla borella, diceva che – a differenza delle bocce – non c'erano tornei ufficiali.  No. Non si chiamava torneo ufficiale. Si chiamavano gare di borella combinate così, alla domenica». (Cervi, 2008.02a, 6:45)

Campionato [interprovinciale] di borella 1975-76. - Andata e ritorno, 15 società, ogni squadra sette giocatori. «Si giocava in sette per società, con due riserve. Purtroppo al campionato partecipavano solo i migliori. - Perché sette giocatori anziché – mettiamo – sei o otto? È stato stabilito dal Comitato organizzatore. È stata una scelta di sette (e due riserve = 9) anche perché sennò il tempo era lungo. Perché giochi quattro-quattro-quattro e dopo c'è il ritorno. E se spareggi ... da Padova mi è capitato di venire a casa alle quattro della mattina, alle tre della mattina. - Spieghi il quattro – quattro – quattro. Quattro bocce per giocatore. - Per sette, quindi sono ventotto tiri. Ventotto. Però ci vuole tempo: aspettare la palla che arrivi, il tempo di concentrarti e partire ... non è un minuto! E dopo, se spareggi, deve venire fuori il vincitore. […] Nei primi anni se avevamo fatto pari, facevamo un tiro ciascuno. Dopo invece si faceva lo spareggio, "se ghe dava fora par ciapar i tre punti". - La squadra che vinceva prendeva tre punti? Sì. Dopo abbiamo detto "torniamo a dargli un punto", ma non diceva niente e allora siamo andati avanti con i tre punti. - Avete giocato il campionato a partire dal 1975 – 76. E siamo andati avanti fino ... non ricordo bene... ma i club hanno cessato. Avevamo iniziato con 15 squadre, poi 14, 13 ... e noi ci siamo levati quando eravamo rimasti sugli otto- nove club. Abbiamo detto basta, perché non ha senso. Abbiamo chiuso circa nel 2000 ... 1998, 1997. - Io ho i giornali. Ho il Gazzettino, la Tribuna. - C'era anche qualche vostra foto sul giornale? Sì, c'erano anche le foto. Noi, il nostro club "Norge" poi "Coppi"». (Martin, 2008.02a, 05:30 ca.)

Campionato, club. - «I club sono nati nelle borelle storiche: qua a Santa Cristina, poi Istrana, Ospedaletto, Vedelago. C’erano club anche a Casacorba e un altro a Loreggia […] . - Pavan: I club sono sorti nel momento finale della storia della borella. - Rossi: Eh sì, i club sono arrivati negli anni ’70 - ’75; si era ormai verso la fine. - Pavan: Era un tentativo di fermare la fine…
- Rossi: Poi i club si sono sciolti anche loro e non c’è più niente. - Mogno: Negli anni ’80- ’85- ’90 - ’95 non hanno più giocato, i club. - Rossi: Fino al 2000 si è giocato un po’. - Mogno: Fino al ’95 si è giocato, fino al ’98… - Rossi: Dopo tutti gli anziani, quelli che giocavano alla borella, sono morti ... un pochi, … e poi sono rimasti gli altri pochi, e poi cosa vuoi, uno sposato, quell’altro così, quell’altro colà. (Rossi + Mogno, Borella 3, da 06:49)

Campo di gioco. (Corsia borella, pedana, campo di gara, o semplicemente “a borèa”):
«- La pista da gioco, come si chiama? “A borea”, il gioco della borea. Una volta non c’era la trave davanti, che c’è ora; c’era la pèca che segnava la partenza. Una volta, quando la borella era in terra battuta, non c’era né cavaƚon né niente e le borelle erano di 24, 25 e anche 26 metri, [il punto ] da dove si partiva. Però sempre - da dove lanciavi la baƚa al primo són - saranno stati 20 metri, 18, 17… perché, insomma, venti metri non sono pochi. - Non c’era una misura standard? No, no… ogni borella aveva le sue distanze, non ce n’era neanche una di "giusta". Chi faceva la borella, la faceva secondo lo spazio che aveva. Perciò, quando noi vedevamo che c’erano delle borelle corte, allora arrivavamo con delle bae grosse, perché era facile giocare “in corto”; quando invece le borelle erano lunghe, calavamo il peso della baƚa, perché dovevi spingere di più».
(Rossi, Borella 3, 05:ca.)

Campo di gioco. «- Quanto distanti erano [i sóni]? Una volta erano trenta metri, circa; adesso invece hanno ridotto un pochettino, da dove si lancia la boccia. - C'era un segno per terra? No, non c'era un segno. Alle volte lo si metteva quando si faceva qualche gara, ma generalmente non c'era mai il segno, per terra. Perché uno poteva fare un passo in più o un passo in meno». (Cervi, 2008.02a, 15:14)

Campo di gioco. «- C'era una distanza fissa da rispettare? Diciannove: non meno di diciannove metri. Di più sì, ma non di meno. Questo campo di gara [Club Coppi, Catena] è di diciannove metri. - Questa era la trave dove finiva la rincorsa. Ci si ferma là. E se uno vuol partire più indietro e fermarsi più indietro può farlo, purché non superi il trave. - Come si chiama questa corsia? Pedana». // «Saranno 35 metri [la pedana, compresa la rincorsa]. La palla di uno che sa giocare va via a quest'altezza... - Tesa. Non più alta [...] Invece quelli che battono sopra, in alto (diversi battono sopra, là) è gente che non sa giocare. Trattengono la palla, “la appendono alla mano”». (Martin, 2008.02b, 36:28 + 42:00 ca.)

Campo di gioco. «- Mi pare che potesse arrivare fino a 19 metri... No! Forse dopo, quando è venuto fuori la gomma, forse hanno cambiato, perché avevano iniziato ad adoperare e bae grosse. Ma era più bella la borella di una volta, con la boccia più piccola. Dopo, con le bocce grosse, hanno accorciato un po' e borèe, per andare un po' più da vicino». […] Ibidem, 11:55 La corsia in terra battuta era lunga all'incirca 30 metri, perché erano sempre un poco più lunghe dei giochi di bocce, che sono 27 metri. - E il punto in cui ci si doveva fermare, rispetto al cavalletto? La rincorsa era di due – tre metri, non si faceva di più, perché - se uno esagerava - mettevano un segno». (Busatto, 2008.03b, 38:37)

Campo di gioco. - Lunghezza «- Rossi: Da Congregai, [Quinto strada per Canizzano, nome ufficiale “Al Cavallino”] era una borella di 23-24 metri di lancio. - Gomiero: Quanti? Di più! - Rossi: Erano 28». (Borella 2, 08:00 ca.)

Campo di gioco«- La base sotto la corsia, di cosa era fatta? Creta. [cfr anche G. Piovesan, zona Piave] Il fondo veniva fatto con uno strato alto di "spurgo" di ghiaino, della lavorazione della ghiaia delle cave di Biasuzzi. Si andava a prenderlo là e veniva impattato bene con un martinetto ("a bécanéa"): erano due manici con un ceppo di legno così; l'importante era pestare. Era l'osto che lo faceva. E poi il rullo, avanti - indietro. Ma le dirò che dopo, una volta che il gioco si era assestato, bastava rastrellare un poco, far piano [ripianare] e bagnare: la terra si impattava». (Busatto, 2008/3a, 13:00 +14:27)

Cavaƚon per i sóni. «02:06 - El cavaƚon era il rialzo su cui venivano poggiati i sóni. Nelle “borelle” verso Castelfranco e nella zona di Venezia e di Padova, giocavano senza cavaƚon. Mettevi i sóni per terra, sempre distanti un metro e mezzo l’uno dall’altro. Quando giocavi, la palla prendeva così [di lato], entrava, ed era facile far el són, perché correva. Invece con el cavaƚon, la boccia doveva prima toccare terra, poi innalzarsi e andare a colpire; se invece la baƚa restava a terra colpiva la parte iniziale [lo sperone] del cavaƚon, “faceva naso”, e deviava la traiettoria senza colpire i sóni». (Rossi, Borella 3)

Cavaƚon per i sóni. «Prima di essere fatto in cemento si usava una terra particolare, “una specie di creta” raccolta sul Piave».
(Piovesan, file 21011301, 13:37)

Cavaƚon per i sóni [di terra]. «- Bisognava rifarlo ogni domenica? No, no: era terra battuta bene. Non è che la baƚa pestasse su questo concòl [rialzo], perché saltava. Dove la buttavi, prima del salto, là si formava una buca, qualche metro prima dei sóni».
(Susigan, file 20121901, 13:ca.)

Curiosità (“detti”). «- Rossi: Quando si giocava, qualcuno diceva: “varda queo, el ga un ocio pa’ a borèa!”. E l’altro dietro, di rimando: “Sì, ma el te ciava a poenta e anche el tocio!”. (Rossi, Borella 2, 06:05)

Curiosità, in gara. «- Angelo Rossetto [ex olimpionico di canottaggio]: io invece […] ho preso il primo són, abbattuto; la baƚa ha saltato sopra il secondo, che è rimasto in piedi; saltato sopra il terzo e anche quello è rimasto in piedi, e ho fatto un són solo… e di punta, tum, tum. // 02:07 «- Rossi: Il massimo di sóni - sul lancio, qua, dei venti metri - penso di aver fatto il record, perché ho fatto dieci sóni con quattro bocce. [...] - Rossetto: una volta in gara… quattro bae e quattro sanmartini, ho fatto!». // 03: ca «- Rossetto: A Canizzano, ne ho visto un altro, che è andato fuori, ha perso, perché ha fatto: tre sanmartini e ha sbagliato la baƚa. - Pavan: Come sarebbe a dire, sbagliato la baƚa? Ha sbagliato l’ultimo tiro. Ha fatto tre sanmartini e contavano le bae su un són solo e l’ultimo l’ha sbagliato». […?!] (Borella 2, 01:27)

Curiosità, partecipazione degli spettatori. «- Crosato [abita nella casa che confina con l’agriturismo]: Quando si giocava, c’erano due file di panche, di sedie o in piedi che li guardavano, eh! Voglio dire, era seguita dal pubblico, la borella. - Rossetto: Da Coppi, quanta gente non c’era?». (Borella 2, 06: ca.)

Curiosità. Da Congregai [Al Cavallino], a Canizzano. «- Gomiero: Là avevamo un giocatore che adesso ci è mancato, Renzo Lazzaro, che giocava con mezza baƚa, nel senso che l‘aveva rotta. Lui se non aveva quella baƚa là non gli piaceva, gli mancava una fetta, un pezzo. - Pavan: Non c’erano regole che gli impedissero di giocare, con quella mezza baƚa? Poteva giocare con la baƚa che voleva? - Gomiero: poteva giocare con la baƚa che voleva, con qualsiasi baƚa; solamente che lui aveva simpatia per quella ... [sbrecciata] e quando non l’aveva, quando cambiava diceva: “non sono capace di giocare se non ho quella baƚa”. È la verità? - Rossi: È vero. Lazzaro Renzo non era un gran giocatore, però era un uomo forte e gli piaceva giocare la borella. Aveva piacere avere la baƚa con il centro, però che fosse rotta. Se era rotta, avendo le dita grosse la prendeva e “se la sentiva in mano” e quando tirava, tirava giusto. Se invece era con poca pèca così, la baƚa gli scivolava e la buttava via. E lui se la godeva a giocare con questa baƚa. Era un uomo veramente forte, perché - te l’ho detto prima [rivolto a uno spettatore] - una volta stava arando la terra e si è piantato un bue: l’ha preso per le corna e l’ha tirato fuori, per dire quanta forza che aveva!». 
(Borella 2, 10:00 ca.)

Dimostrazioni gioco borella. «Abbiamo fatto i “Giochi in piazza", a Treviso, un sabato e una domenica. - È stata una riproposizione. Sì. Fare una borella in mezzo all'asfalto mi è toccato, quella volta là. Avevamo la gente così, il pubblico che veniva a vedere. Dagli altri giochi non c'era nessuno […] - In che piazza eravate? Alle scuole verso Santi Quaranta, che scuole ci sono? - Ci sono le scuole De Amicis, può essere? Pio X, le Magistrali Duca degli Abruzzi. Si entrava lungo le mura, prima della curva di Santi Quaranta, che scuole sono là? Un gran piazzale immenso. - È il Pio X.  Bravo, Pio Decimo. Là c'erano quattro cinque giochi. C'erano le bocce e mi pare che hanno fatto anche i birilli. Sì, ma non c'era partecipazione. Da noi c'era una mura, ci è toccato mettere delle transenne, della roba, perché venivano a invaderci il gioco. - In che anni hanno fatto 'sti giochi? Deve essere stato nell'80.- Quante volte avete partecipato? Una volta solo. E dopo, il secondo anno ci hanno domandato di andare ancora. E io gli ho detto no. - Era lei che aveva organizzato? Non io, il Comune di Treviso. Ma io ho detto no, non c'è stata riconoscenza; ho detto no, non vale, basta. 24:10 - Quante società avevate portato, quante squadre? Solo noialtri. Cioè il Club Borella Coppi ha organizzato, però partecipavano tutti, anche uno che non c'entrava. - Quindi era un gioco dimostrativo, un'azione dimostrativa. Dimostrativo. Perché ci è toccato ... perché se ci sono i giocatori che sanno giocare la recinzione va bassa, invece qua, non si sa mai. Uno che non è capace giocare, con una palla in mano va ad ammazzare qualcuno. Il secondo giorno abbiamo dovuto tirare una rete parte per parte per evitare incidenti (giocato al sabato e alla domenica)». (Martin, 2008.02b, 21:31)

Durata gare. «Si giocava anche giorno e notte, una settimana intera. - Una settimana intera in che occasione? Si faceva la gara; si facevano i preliminari; nelle serate. Uno si iscriveva per entrare in gara; si facevano le gare, entravano due tre giocatori si raggiungevano venti giocatori che si iscrivevano, pagavano una quota magari di sinquesento franchi [500 lire] e i primi tre che si classificavano entravano per giocare la finale alla domenica, quando c’era la finale. - Era al di fuori dai tornei, questo. Sì, queste erano gare libere». (Rossi, Borella 3, 10:01) // «Durava una settimana! C’erano tanti iscritti, allora.  A volte giocavamo in cento, centocinquanta, quando si andava a fare una gara di borella». (Ibidem, 13:31) 
Cfr. anche Gioco a soldi: “La maratona della borella” a Caéna [Catena di Villorba]. (Borella 2 - YT, da 06:26).

Durata gare. «Se partivano al sabato di sera, al sabato pomeriggio, andavano avanti anche fino alle quattro - cinque della mattina». // Idem 2008.03b - 5:53: «Pensi che si cominciava a giocare al pomeriggio e si andava avanti fino alle due e tre di notte. Più che altro si interrompeva perché si disturbava, sennò si sarebbe andati avanti ancora. …. ma una volta qua da noi c’era sempre la borella [in attività], era fissa qua. Funzionava più la borella che i giochi di bocce. La borella era uno sport sentito». (Busatto, 2008/03a 17:01 e 05:53)

Durata partita. «- La partita aveva una durata? Veniva dato un limite di tempo? No, no: finché era pari si giocava, uno doveva vincere! - Se uno stava vincendo e a un certo punto diceva: adesso basta, mi fermo. Eh no, ha perso! Non può dire "mi fermo", bisogna andar avanti; bisognava andare avanti e finire il gioco ... Quattro bae. Facciamo quattro sóni ciascuno: si rilancia. Se succede che pareggiano due-tre volte, si continua fin a che uno supera l'altro». (Busatto, 2008.03b, 25:ca.)

Durata partita. «- Cervi: Lei poteva giocare quanto voleva… - Pavan: Vi mettevate d'accordo prima? - Cervi: Beh, se era una sfida ... due contro due, potevi dire “guarda che giochiamo tre ore a borella” - allora giocavamo tre ore. Ma se non era una sfida giocavamo “ai tre-do”. I "tre-do" voleva dire giochi da tre bocce alla volta. Tre bocce io, tre volte l'avversario e dopo ... tre volte io e tre volte l'avversario. Quello si chiamava il “tre-do”». (Cervi, 2008.02a 18:ca.)

Fiducia dell'oste verso i giocatori. «Col titolare siamo come fratelli. Quando chiudevano per ferie, un mese, ci lasciavano la cantina aperta, per noi del club di borella. Fiducia assoluta ». 
(Martin, 2008.02b, 44:ca.) 

Fiducia dell'oste verso i giocatori. «Mio papà lasciava fuori la cassetta della birra, la lasciava fuori tutta la notte, e continuavano a giocare. Lasciava accesa la luce in modo che potessero continuare a giocare. E ... sa che andava di moda la grappa con la menta che la chiamavano grigioverde? Ne lasciava fuori un paio di bottiglie in modo che i ragazzi continuavano a giocare e mio padre … una volta non è che tu avessi paura che ti fregassero, erano sempre quelli, non è che fosse gente che arrivava da chissà dove. - Era sicuro, insomma, che dopo l’avrebbero pagato. Era più sicuro che andar portare i soldi in banca. Non si poneva neanche quel problema là. (Bassi, file 20122401, 19:ca)

Gara, conteggio punti. «- Spettatore: Tre colonne devi fare. - Rossi: Sì tre colonne, perché erano tre partite… e poi segnavano i risultati. Finito li scrivevano qua. [Lino Rossi prende un blocco note, sui cui sono segnate le colonne e alcuni nomi, per mostrare come venivano conteggiati i punti nelle partite]. Uno faceva tre punti + due = 5 in totale, un altro ne faceva 4, un altro 4. Poi nell’altro giro, questo ne faceva 4, quest’altro 2; questo ne faceva due anche lui… e allora finiti i cèi, si faceva il totale… 9 … 8 … 6 - Chi aveva fatto 9 punti ha vinto i cèi [e la partita]. Tutto qua, e avanti: così si segnavano le partite».
(Borella 2, YT - inizio)

Giocatore di borella: qualità. «- Cervi: C'erano tanti giocatori di borella, perché era un gioco "un po' contadino, diciamo così, grezzo". E allora tanti che giocavano a borella bevevano anche tanto vino, qualche volta. Ma quelli che bevevano vino non saranno mai stati campioni, perché il vino dopo ti rovina la testa, ti rovina tutto. Il difetto era quello: che bevevano molto, una volta, sulla borella: alla domenica, vedevi tanti ubriachi. Avevano solo quel divertimento, una volta! - Vezzà: Anche perché era l'abitudine: ogni gioco veniva fuori un litro. - Cervi: Però ci voleva sempre intelligenza nel gioco, eh! Sempre. […] Era un gioco che ci voleva la sua parte di testa; sempre la testa. E, dopo, anche la forza. Perché buttar via una boccia che pesa un chilo e otto...». (Cervi, 2008.02a, 12:32)

Giocatore di borella: qualità. «La potenza, la posizione e la precisione del movimento della boccia». (Busatto, file 2008.03b, 21:25)

Giocatori famosi. «Ciliano Cervi “Pontel” (Susigan, file 20121901,11:22) // Giancarlo Cervi “Pontel” - (Busatto, 2008.03a,  9:58) // Differenza fra i fratelli "Pontel": Giancarlo più positivo, Ciliano usava baƚa più grossa ma non sempre poteva dargli bene il giro. (Busatto, 2008.03b 04:49) // “Ciriano” [Ciliano Cervi]: "Quello era un Merx, veramente, della borella. Forte, fortissimo, il fratello di Giancarlo". Poi c'è Toni, quello che ha ricambi d'auto a fianco dell'Arlecchino [pizzeria, strada per Treviso-Ponzano]». (Martin,  2008.02a)

Giocatori famosi. «Enrico Sponchiado da San Floriano Callalta (Piovesan, file 21011301, 21:28) // Maƚonto, da Cavaríe (Cavrie): lo ricordano Piovesan (file 21011301 21:28) e Renzo Bassi (file 20122401, 23:15) // Leone Capitel da Casier, specialista in “passo fermo”». (Vezzà, 2008.3b, 14:25)

Giocatori famosi. «- Rossetto: Una volta in gara, quatro bae e quatro sanmartini, el ga fato! - Pavan: Di chi è questo record? - Rossetto: Nascimben, da Conscio […] c’ero anch’io. - Pavan: Nascimben, cosa? - Rossetto: Nascimben Elio [Elio Nascimben, detto Joe] // - Rossi: Ce n’è un altro che bisogna ricordare come giocatore. Noi avevamo Toscan, che era amico di mio padre, Toscan Giovanni. Insieme a mio padre che era Rossi Luigi, c’erano Marangon Achille, Nello Feltrin. Toscan, arrivava qua in bicicletta, aveva la baƚa davanti, personale […] // Renzo Lazzaro, Quinto TV, Ibidem, 10:ca. [Vedi anche alla voce "Curiosità"](Borella 2, da 02:ca. a 10:ca.)

Giocatori famosi. «- Rossi: I più famosi erano Fabbian Isaia, da Castelminio, che è uno dei primi. Dopo c’era Cervi Ciliano, che è morto ed era un altro grosso giocatore; dopo c’ero io Lino Rossi che ero uno dei grossi giocatori; ce n’era uno da Loreggia che si chiamava Gianni Vescovo; […] Guido Franchetto da Cavasagra; Renzo Menegazzi da Cavaríe e dopo c’era Mattiuzzo Gino da Monastier, che era forte. Sulla zona di Venezia c’era un giocatore che chiamavamo Péo Meneghel… - Pavan: Sulla zona di Venezia, dove? Era da Favaro Veneto». […] “Ferro”, di cognome Scaggiante [zona Mogliano - Mestre].
(Rossi, Borella 3, da 08:08)

Gioco a soldi. «- LR: "La maratona della borella, a Caéna" [Catena di Villorba], sarebbe stata la "Fiera dea borea" [in occasione della Fiera Bovina]; era la stagione dal 31 luglio, primo di agosto, e giocavamo. Si partiva alla mattina, si veniva a casa la mattina successiva e dopo ci si fermava a mangiare un po’ e a riposare e poi si partiva ancora, fino al lunedì sera: dal sabato di mattina fino al lunedì pomeriggio, finché la fiera continuava. C’era una borella che ci sarà stato minimo 200 persone a uso pubblico di continuo, perché le persone riempivano tutto quanto l’ambiente. Là, da tutte tre le province arrivavano con i loro gruppi, con le loro bae personali. Era una sfida proprio, aperta, senza storie e senza niente. - Crosato: La serie A della borella! - R: Erano come “le olimpiadi della borella: tutti calibri grossi, tutta roba veramente eccezionale. Venivano fuori anche risultati. C’è stato anche… e, dopo, non diciamo le cifre! R. si ricorda bene: è arrivato a prendere anche un milione e mezzo [di lire] con due bocce. Col gioco, insomma. Dopo, jogar do baee e butar su tresentosinqauntamie ire [350 mila lire] iera ‘na monada. Era un gioco così. Erano gli anni ’70-’80.
- AR: Una volta sono andato a casa alle sei di mattina. Sono andato a casa dopo che negli ultimi quattro giochi avevo perso più di un milione e mezzo di lire, e però sono andato a casa e go contà i schéi: ho tirato fuori i soldi che avevo per le tasche e c'erano ancora quasi tre milioni [di lire]. […] Tremavano quando cominciavo giocare! - Pavan: Sempre in questa maratona? - AR: Sì, sempre là, sempre là. - R: Bisogna dire che quando c’era una gara, a volte si perdeva, anche. Non era sempre che si vincesse, ragazzi: siamo onesti! AR: Sì, se vedevi che non andava, ti levavi e dicevi: “ostrega go ancora da magnar”; andavo a mangiare qualcosa, non restavo là. R: Queste sono storie di una volta. - AR: Beh, a Catena, ci sono stati anche tanti reclami di donne. Perché vedere la mattina dopo il marito che apriva il portafoglio e poi lo richiudeva, "perché si era scaldato il braccio" e aveva perso tutto!». (Borella 2da 06:26)

Gioco a soldi. «Io ho smesso a giocare quando hanno iniziato a giocare a schèi. Perché dopo è venuto di moda fare le sfide e allora mettevano sinquanta franchi [50 lire] e arrivavi anche a sinquesento franchi par baƚa. Non puoi giocare cinquanta lire alla baƚa, sono sfide che non hanno senso. Giocati la pastasciutta che va bene, ma non i soldi! Io [ho smesso] per quello, per non giocare a soldi. - Come sarebbe a dire “metemo sinquanta franchi a la baƚa”? Cioè, eravate due contro due? Sempre uno contro uno. Difficile che fosse una coppia. Si poteva fare anche a coppie, ma normalmente le sfide venivano fatte uno contro uno, però potevano parteciparvi anche dieci, venti persone. I ghe dava quatro bae e i iera dusento franchi, e naturalmente li prendeva quello che vinceva. Era troppo una sfida. Sarebbe come un "batifondo", solo che invece di giocarti la birra ti giocavi i soldi, perché dopo le cinquanta giocavi anche le cinquecento lire per baƚa». (Bassi, file 20122401, 31:38)

Gioco a soldi. - «Perché si puntava ogni volta, nella gara individuale. [...] - Per quello c’era qualcuno che "teneva conto", perché ci si poteva rimettere anche la camicia. Eh sì, è successo. È successo che tanti, perché credevano di essere forti, dopo ci hanno lasciato le penne, perché a lungo andare... - Senza far nomi, per “lasciare le penne”, cose intende? Perdevano lire... - Perdere la campagna, per dire, perdere un paio di buoi? Una volta c'erano anche quelli. Magari si sfidavano in tre quattro cinque. Era un gruppetto che puntava forte, e giocavano, giocavano sodo. - E gli altri? A guardare. - Come era il clima, quando c'erano poste alte. Com'era il comportamento di chi osservava, “partecipava”? Si immedesimavano, c'era molta attenzione, ma non è che le cose venissero “pubblicate”. - Vezzà: Facevano e tacevano. - Busatto: Facevano e tacevano. Ma noi che eravamo del posto, conoscevamo gli elementi, e sapevamo che la posta era alta. E li lasciavamo stare, sul suo. Magari si davano appuntamento a ore strane, in modo che non ci fosse gente. Si mettevano prima degli altri. - Oppure dopo. No, prima, di solito, perché dopo chi lo sa a che ora andava a finire, perché [quelli che giocavano normalmente] giocavano ore e ore, non c'erano limiti. - Chiedevo del clima delle persone, del comportamento di chi guardava. Si rendevano conto, e dopo c'era anche qualcuno che puntava. Da fuori gioco, puntava: vince l'uno, vince quell'altro; facevano scommesse fra spettatori. C'era chi tifava questo, chi tifava quell'altro, e puntavano; magari conoscevano i giocatori. C’erano le puntate “esterne”, diciamo». (Busatto, 2008.03b, da 27:24)

Gioco a soldi. «- E quell'episodio che mi ha raccontato ... a Varago? Una sfida, al bar “Australia” contro Ciliano. - ‘Staltra persona era uno da Treviso, da dov'era? Era da Varago, da Breda, da quelle parti là. - Come mai gli era saltato in mente di sfidarlo, sapendo che era un campione? Eh, ma... il discorso è questo, che pensi di essere sempre meglio dell'altro. Sono sfide che vengono fuori così. "Ti te xoghi ben, ma mi no go paura de ti", e vengono fuori queste sfide. - Anche qua a Catena, diceva. Durante la sagra si giocava, gli si dava dentro a tutto spiano, insomma. [Sagra di Catena- Fiera Bovina: vedi anche  “La maratona della borella”]Ventiquattro ore su ventiquattro. Erano tre giorni, giorno e notte; non c'era sospensione di orario. E si giocava a soldi, giravano bene. - C'era anche qualcuno che viveva, professionista proprio, diciamo. Sì, sì... ma pochi, pochi erano. Da noi qua, di conosciuti, ce n'era uno solo; poi in qualche altra parte c'erano bravi giocatori ancora, però lavoravano, avevano la loro attività. Praticamente solo C., che conosceva il Veneto, perché la borella è Treviso, Padova e Venezia». (Martin, 2008.02b, da 14:52)

Gioco a soldi. «Eravamo io (Giancarlo Cervi) e mio fratello (Ciliano) che andavamo a giocare a borella. Ci chiamavano col soprannome, ci chiamavano "Pontel". E nella borella questo nome è stato noto, nella zona qua della borella. Perché eravamo due fratelli e tutti e due andavamo bene. Ora mio fratello è morto, Ciliano si chiamava. È morto dodici anni fa. Ma abbiamo vinto tanto, giocavamo anche a soldi, noi». (Cervi, 2008.02a - inizio)

Gioco a soldi. «Verso il 1960 i fratelli Battistella, proprietari di una trebbia conto terzi, si erano fermati all’Osteria da Norge. Là, hanno fatto una partita di borella e avevano trovato due signori che li avevano sfidati … e – da quello che dicevano – erano gente da schei. Mi hanno detto che sono andati avanti, che hanno giocato dal pomeriggio, dalle tre, fino alla sera e questi signori non hanno vinto una partita. Il rammarico dei Battistella era quello di non aver avuto cinquemila lire in tasca perché altrimenti avrebbero potuto giocare a soldi e i gavarìa ciapà un franco, li avrebbero pelati. Ma loro non avevano neanche cinquemila lire da scommettere- E a cosa hanno giocato? Hanno giocato da bere, come ti diceva Cervi».
Ibidem: «- Raccontami quello che sentivi dire degli operai di Appiani che si fermavano da Toccane, a San Giuseppe. Per sentito dire, “testimonianza di seconda mano”: questi operai, che prendevano la paga una volta al sabato, prima di andare a casa si fermavano appunto all'osteria Da Toccane a bere un'onbra e fare una partita di borella. Una partita tira l'altra, qualche scommessa ... e dopo succedeva che qualcuno alla domenica mattina, dopo aver passato la notte a giocare a borella, magari andava a casa senza stipendio. Questo l'ho sentito raccontare». (Vezzà, 2008.02a, inizio)

Gioco della borella: alle Olimpiadi! - Opinione /speranza del boreín Giampaolo Schiavon, di Santa Cristina TV, nipote di Lino Rossi. «In quegli anni là […] io ero convinto che la borella sarebbe stata ammessa ai giochi olimpici. Perché dappertutto - io ero piccolo - dappertutto giocavano, dappertutto. Come le bocce, e le bocce non sono andate ai giochi olimpici? [Per il momento - 2021 - no, siamo ancora a livello di proposta. NdC](Giampaolo Schiavon, file 13091302, 00:53)

Gioco della borella: perché è finito? «- Pavan: Mi son sempre chiesto, perché ad un certo punto è sparito questo gioco così diffuso? - Rossi: Sono mancati questi (si tocca i bicipiti). Sono mancate le braccia e poi è venuto fuori il benessere e la borella era il gioco dei contadini. I ragazzi andavano in discoteca, perso tutto. Guarda, io ho tirato su i miei figli, che sanno giocare tutti e due, che hanno giocato anche in gara. Ma dopo io ho lasciato, ho lasciato tutto, ed è finito. Mogno: Stasera andiamo a Fossalunga a giocare. - Pavan: Ah, c’è una borella, a Fossalunga! In che osteria, in che posto? - Mogno: Dove c’è la chiesa, andando verso Pezzan, avanti cento metri, a sinistra, c’è il Circolo Anziani. - Pavan: Ah, non più in paese, in un’osteria! [...] - Pavan: Mogno, secondo lei perché è finito il gioco della borella? Non ci sono più ragazzi che giocano; quando abbiamo finito noi anziani, non c’è più nessuno. Tutti hanno discoteche, hanno qua, hanno là, i giochi di borella e di bocce non ci sono più, ormai [nelle osterie]». (Rossi + Mogno,  Borella 3 da 13:41)

Giovani, niente borella. «Eppure era uno sport "che faceva società", diciamo; faceva compagnia, aggregazione. Passavi delle belle mezze giornate insieme, in compagnia. Difficilmente giocando a borella venivano fuori discussioni: era un gioco semplice, chiaro». (Busatto, 2008.03b, 37:39)

Giovani, niente borella«- Hanno detto che al mercoledì e al venerdì c'è ancora un gruppo di giovani che viene qua, da Coppi. Sì, ma è tutta gente che non sa giocare a borella. - Ma vengono, però. Vengono e giocano, ma così, per ridere. Li ho visti giocare qualche volta. Hanno spaccato anche il lampadario, hanno fatto più danni che altro. - La passione l'avrebbero. Non è che, continuando a giocare, mettano su una squadra? No, no, no! - Sono qua del paese? Sono amici del figlio di Coppi».
(Martin, 2008.02b, 43:ca)

Gomma (telo di… vicino e attorno al cavaƚon). - «Questi teli qua, crede che costino poco? Sono teli speciali, bisogna che [la boccia] rimbalzi bene. Sono teli di gomma e tela, che non si ghiaccia d'inverno e che d'estate non diventa troppo tenera. - Dove li ha recuperati? Comprati, da una ditta qua di Catena: otosentomìe franchi, in vecchie lire. [800 mila lire]; solo quello. - Uno solo, questo pezzo qua; quindi in proporzione, tutto il resto... Questi teli, [che mi indica] prima erano là e dopo, mano a mano che si esauriscono, li abbiamo portati indietro [da] dove batte la palla, perché la boccia di solito batte qua. - La boccia batte sempre un po' prima del cavalletto. Per quale motivo? Batte qua perché dopo gli dà questa mezza palottina [ruota su sé stessa un mezzo giro], ed è su par el són. - Bisogna saperla far ruotare, nel volo. Ruotare, ma non troppo [...] ».
(Martin, 2008.02b, 39:18)

Località dove c’erano le borelle più frequentate. «- Quali erano le borelle più famose? Le borelle più famose, io che ho giocato tutta la storia, sono tutte nel territorio nostro qua, di Treviso… Una volta era alla [durante la] Fiera di Treviso che si giocava la borella. C’era una borella “Da Coppi”, a Catena [di Villorba], che era storica e dove ogni anno, ultimi di luglio-primi di agosto, c'era quella che chiamavamo la Fiera della borellaLe borelle in cui noi della zona abbiamo giocato tanto erano a Quinto, a Zero Branco; dopo ce n'erano a Paese, a Treviso, perché in città a Treviso si giocava la borella. Nella zona del Piave, giocavano abbastanza: Maserada sul Piave, Breda di Piave, Saletto… quei paesi là. A Villorba, si giocava forte a borella. Le borelle storiche, dove sono nati proprio i club, erano qua… poi Istrana, Ospedaletto, Vedelago, perché anche là c’erano i club. Un club era a Casacorba, c’era il nostro a S. Cristina di Quinto, e un altro era a Loreggia. Siamo arrivati a sette otto club, nella nostra zona. Si faceva il campionato, ognuno aveva la sua borella, i soci erano iscritti, ma [al di fuori del campionato] la partecipazione era libera a tutti quanti». (Rossi, Borella 3, 06:ca.)

Località dove c’erano le borelle più frequentate. «- Qua siamo a Villorba, Catena; più avanti, fino a dove arrivavamo? Verso Conegliano, mettiamo. No, verso Conegliano no, ci fermavamo, verso Conegliano. Il più era qua, poi c'era Santa Cristina [...] e dopo c'era Sant'Alberto, Cavasagra, Casacorba... - Drio el Sil, dove nasce il Sile. Piombino Dese? Piombino Dese, Loreggia, Camposampiero. Loreggia era uno dei club più forti. In direzione di Padova, quello era il punto più distante. Dopo torniamo di qua e allora andavamo fino a Noale e dopo c'era Peseggia […]. Veniamo giù: Casale-Conscio, Nerbon […]. Per di qua [verso est] c'era Stabiuzzo, ma da queste parti io non ho mai giocato. - San Donà di Piave, per dire ... Musile. Aspetti, sì, c'erano ... i fratelli, quelli delle corriere, come si chiamavano? - Ferrari... Fossalta di Piave […] - A Portegrandi sì, perché ho parlato con i barcari e con un certo Dante Marchetto. A Portegrandi sì, a Marteggia c'è ancora, adesso hanno fatto un club là … non proprio un club, hanno fatto una borella e sono ridotti in pochi; comunque giocano. - La fascia era quella, chiamiamola, del Veneto centrale. Veneto centrale, più che sia. 
In via Cal di Breda (Treviso) c'era il “Club borella da Norge”, di cui io sono stato presidente». (Martin , 2008.02b , 15:- 20: ca. + 2008a, 01:38).

Località dove c’erano le borelle più frequentate«Conscio: - Adesso non giocano più, a Conscio, che lei sappia? Non c'è più. A Conscio non c'è più la borella. - Ah... non c'è più! È rimasta la struttura, e basta. Si sono spostati verso Casale, quelli che giocavano a Conscio. - C'è ancora qualche gioco, a Casale, allora? Sì, adesso quelli di Conscio, in tre quattro, si sono spostati a Casale, hanno fatto la borella verso Casale.. Mi hanno anche invitato ad andarci due tre volte, ma non ho più tanto tempo». (Martin, 2008.02b, 34:25ca.)

Località dove c’erano le borelle più frequentate. «Conscio è Dosson, dopo Dosson. Eh, giocavano tanto anche là, sì: ho giocato io là. A Volpago, c’era una società a cui eravamo iscritti anche noi, io e mio fratello. Da Toccane si giocava forte; Toccane è appena giù di San Giuseppe a sinistra, che adesso hanno cambiato, la non c'era una borella una volta? Là abbiamo giocato tante di quelle sfide! Casse di birra, io e Toni Busatto! Anche Busatto è stato un forte giocatore».
(Cervi, 2008.02a, fra 02: e 06 + 16:13)

Località dove c’erano le borelle più frequentate. «A Nerbon c’era un’altra osteria con due giochi di bocce e giocavano la borella anche là. [...] L’osteria è vicina a un capitello, che è sotto San Biagio di Callalta. - C’è ancora la borea, in quell’osteria? Sparito tutto. Con l’evoluzione dei tempi, c’era bisogno del parcheggio, perché una volta si andava in bicicletta; così quello spazio, che andando verso Silea è proprio là in strada sulla curva, è diventato parcheggio». (Susigan, file 20121901, 33:08)

Località dove c’erano le borelle più frequentate. «Alla Balzera di Zero, dove c’era la fornace. A Quinto di TV, da Congregai [Al Cavallino] c’era la più lunga borella del nostro territorio: era lunga 28 metri. Beh, in gara, a 15 anni [nel 1958], che Gomiero e venuto qua e ha vinto il primo premio, ho fatto il quinto premio e con un baƚa ho fatto sanmartin: borella di terra, e tutti quanti mi hanno applaudito: a quindici anni: buttato per terra tutti e tre i sóni!». (Rossi, Borella 3)

Località dove c’erano le borelle più frequentate. «- Arrivava fino a Favaro, la borella? Sì, anche alla Gatta, giù di là [ai confini con il comune di Mogliano Veneto] - Non a Mestre? Sì… al limite di Mestre si giocava la borella. - Il limite del gioco della borella, hai detto, era Loreggia… Camposampiero, Loreggia, Mestre, poi si andava su fino a Castelfranco; la zona qua della Pedemontana, perché ce n’erano a Musano, anche Crespignaga, Maser; si andava avanti fino al Piave, fino a Saletto e fino a Oderzo … prima di Oderzo». (Rossi, Borella 3, 09:09)

Località: osterie con borella a San Giuseppe di Treviso. «-Toccane è venuto dopo di voi? La prima osteria, per i giocatori che venivano giù da Treviso, eravamo noi Busatto. Toccane è nato dopo. Loro erano agricoltori. Avevano ancora i terreni, lavoravano. Dopo hanno venduto le terre, hanno fabbricato là dietro e si sono messi a fare la trattoria. Avevano la terra che da dietro l'osteria arrivava fino al Sile». (Busatto, 2008.03b 40:35)

Località: Osterie con borella da San Giuseppe a Quinto (e dintorni). «Busatto, Toccane, Busatto alle Fornaci [miei cugini, fratelli di mio papà Luigi, ora ristorante], al Gambero, Quinto da Righetto,“drio l’acqua” davanti al municipio; Badoere in piazza, Sant’Alberto al mulino, Santa Bona dal Caramba». (Busatto, 2008/3 a, inizio).

Misure, “circa”… non esatte come atletica, bowling, e - nelle gare ufficiali - le bocce. «- Pavan: I sóni avevano un'altezza predeterminata, o erano ad occhio? - Busatto: No, erano circa – mi pare che l'ho scritto – 70 cm, roba così. - Pavan: E l'uno dall'altro quanto distanti erano? - Busatto: Circa a un metro. Non c'era una misura [obbligatoria]. - Pavan: C'era sempre questo “circa”. Non c'era una misura... - Vezzà: È un discorso di buon senso. - Busatto: Più o meno erano tutte uguali. - Pavan: Nell'atletica leggera, per dire, la corsia è un metro e 22 di larghezza, se non è cambiata. - Busatto: Sì, sì ... fra un són e quell'altro sarà stato circa un metro. - Pavan: E l'altezza del cavalletto, quanto era? 
- Busatto: Adesso lo fanno più alto perché con la gomma la boccia sbalza di più, mentre con la terra sta più bassa. Il cavalletto sarà stato alto 10 - 15 cm, al massimo». (Busatto, 2008/03a, 23:ca.)

Nostalgia: vecchio giocatore, da “Coppi”. Arriva il titolare (Giovanni Schiavon “Coppi”), e Gian Paolo Martin saluta il vecchio amico... «Schiavon: Non vieni più a trovarmi! - Martin: Cosa vuoi che venga! Quando io vengo qua, se trovo qualcuno da parlare una parola, buona. Sennò cosa vengo a fare... - Schiavon: Trovi me... io e te. - Martin: Quando sono passato, qualche volta, non ti ho visto. Non ci sono più gli amici di una volta, cosa faccio? Io non sto qua. Mi tocca andar via, e vado via. Cosa vuoi che faccia. Sai che per le osterie non è che abbia fatto le radici. Solo qua venivo! - Schiavon: Dai che andiamo a bere questa onbra». (Martin, 2008.02b, 44:17)

Premi in palio, birra. «Bottiglie di birra da tre quarti. E tutti bevevano. C'erano magari venti persone che guardavano. E chi perdeva pagava. Busatto ha fatto portare qua tre giocatori da Mestre - quella volta, lavorava a Mestre - e hanno voluto sfidarlo e lui ha chiamato me, per telefono. "Vieni a fare una sfida, Giancarlo?". "Neanche dirlo che io non giochi con te!" E abbiamo giocato io e lui. Hanno perso, di seguito, sei casse di birra e dopo hanno detto "Andiamo a casa", e ci saranno state venti trenta persone, e tutti hanno bevuto. Io non ho mai bevuto, però; anche giocando a bocce, mai». (Cervi, 2008.02a, 16:13)

Premi in palio. «- C'era un salame, una forma di formaggio?  Quello lo si faceva prima della sagra [di Catena]. Si faceva una gara organizzata dal club Coppi: "gara gastronomica". Cominciavamo con soppressa, soppressa, salame, salame... si premiavano una ventina di persone su 50 – 60 partecipanti. Erano bei premi. Qua l'abbiamo sempre fatta la "gara gastronomica", perché coppe e trofei io li ho regalati i primi anni, quarant'anni fa: prendevi la coppa e... Invece dopo, gastronomica: porti a casa. Io ho preso un lampadario, ho preso diverse cose in queste gare extra campionato. Gare organizzate dalle società, dai vari club. - Queste gare c'erano anche prima del '75, quando avete cominciato il campionato? Anche prima, e anche hanno continuato dopo. A Conscio facevano la gara dei vovi de Pasqua. La settimana di Pasqua loro facevano la gara con in palio tutte uova di cioccolata». (Martin, 2008.02b, 32:54)

Quarantotto (gioco del).
«Su, a Colfosco, avevano il bainetto, “il quarantotto” : due bocce qua e due bocce qua e “el bainetto” [il pallino] in mezzo. Il campo di gioco era uguale a quello della borella, lungo 25 metri, 22-23 metri. È come i giochi delle bocce: in fondo mettono queste quattro bocce con el bainetto in mezzo. Da in fondo prendono la baƚa e tirano, cercando di prendere el baín . O prendono el bain o prendono le bocce. [Non viene spiegato il punteggio]. (Rossi, file13091302, 01:53)

Sanmartin, origine del termine. «Facevi netto el cavaƚon. Siccome la borella era il “biliardo dei contadini”, quando uno faceva netto, buttava giù i tre sóni, cos’era? San Martin! A San Martino, i padroni della terra non arrivavano e ti facevano netto in casa [ti davano lo sfratto]? Era il momento più terribile della stagione agricola. Così era con il sanmartin, quando con la boccia buttavi a terra tutti e tre i sóni, e facevi netto el cavaƚon». (
Lino Rossi, Borella 3)

Vedi la poesia “San Martin” del veronese Berto Barbarani, 1897, che tratteggia la drammatica situazione di una famiglia di piccoli contadini non più in grado di pagare l’affitto, sfrattata dal fattore e messa sulla strada il giorno di San Martino - 11 novembre - scadenza del contratto agrario.

«Pori pitochi messi su le asse!...

Dise la gente che li vede andar:

Largo, che passa un San Martin de strasse!».


Soci di un club di borella. « - Quanti soci aveva il club Coppi? Una trentina. Quando l'abbiamo fondata eravamo più di trenta, e dopo, un poco alla volta, si è sgretolata. Uno è morto... uno... Non c'è più un ricambio»!
(Martin , 2008.02, 45:45)

Tecnica di lancio della baƚa. «- Pavan: Qual era il modo giusto per lanciarla? - Rossi: Sulla boccia c’è una pèca [una tacca in cui appoggiare il pollice]: guardala qua. C’era chi la faceva più profonda, dipende dalla preferenza del giocatore. Perché c’era chi giocava alla borella e lasciava andare la baƚa dritta così e invece c’erano quelli che con la pèca tenevano la baƚa e la remenavano così, in modo che quando arrivava qua sul telo la baƚa saltava su, sui sóni. - Pavan: Era là che si vedeva l’arte! - Rossi: L’arte era questa: si partiva con la baƚa dritta e quando la lasciavi andare le facevi fare un mezzo giro, così; in questo modo [toccato terra a lato del cavaƚon] saltava e andava a colpire i sóni. Se invece la lasciavi andare diritta, toccava terra e andava via dritta.  - Pavan:  Come chiamavate, in termine tecnico, quel modo di girare la baƚa? - Rossi: "Menàrla". - Mogno: Ma una volta si menavano poco, perché non c’era “l’asfalto”. C’era la terra, con un po’ di buca, così. - Pavan: Che differenza c’era, a giocare sulla terra? - Mogno: Si andava meglio, con la terra. Non occorreva menarle, andava bene lo stesso. - Rossi: Sì, ma la terra.... era questo è il discorso: che se per caso il fondo non era tenuto bene duro, la baƚa arrivava là, a se insopàva [si inzuppava] e andava via. Se invece il fondo era battuto bene, un fondo duro di terra, allora la baƚa entrava. - Mogno: bisogna sempre dare un po’ di giro alla baƚa, a differenza del gioco delle bocce, che vanno lanciate dritte».
(Rossi +Mogno, Borella 316:30 ca.)

Tecnica di lancio della baƚa. «- Pavan: Qual era la tecnica giusta? La baƚa, dove doveva arrivare, per fare un bel colpo? - Busatto: La baƚa doveva arrivare sulla destra dei birilli, perché veniva lanciata "col giro". - Pavan: Come si dice in termine tecnico? - Vezzà: La baƚa deve essere "boreàda”. - Busatto: boreàda lo dicevano una volta. Ma la parola in dialetto è remenàda: un giro forte [su sé stessa]. Lanciandola forte qua, girandola, batteva in terra e andava verso i sòni. Bisognava farla cadere sulla destra, prima del primo birillo; mezzo metro, un metro prima». (Busatto + Vezzà, 2008/3a, 11:12)

Tecnica di lancio della baƚa. «Remenàr la baƚa: perché le si dava el giro, perché non la si tirava diritta ai sóni : la si tirava un po’ sulla destra, quelli che erano destri, perché dopo prendeva il giro e andava su per i sóni». (Susigan, file 20122001, inizio e 09:51)

Tecnica di lancio della baƚa. «Remenarla, con giro a destra (ma anche “roversa” a sx). La baƚa sta sul polso e la lavori con le dita». (Bassi, file 20122401, 7:32 e 8.40 ca.)

Tecnica di lancio della baƚa. «La boccia doveva essere tirata facendola cascare davanti al cavalletto, in modo che cascando saltava, rimbalzava, e se era stata tirata bene buttava giù i sóni. Lanciandola bisognava farle fare “il giro”, così cascava qua in parte, e poi andava di traverso, e, di traverso, uno, l'altro o st'altro dei sóni riusciva a beccarlo». (Cervi, 2008.02a, 11:35)

Termini particolari. «Far naso: La baƚa restava a terra, colpiva la parte iniziale [lo sperone] del cavaƚon e “faceva naso”… e, quando ha fatto naso, scorreva di lato senza colpire i soni [co a ga fato naso a ‘ndava via]». (Rossi, Borella 3)

Termini particolari. «Sbusar a baƚa: la boccia passa in mezzo ai sóni senza colpirli - "Go sbusà a baƚa"». (Cervi, 2008.02a, fra 6: e 8:)

Termini particolari. «Cagnar, a ga cagnà: la boccia è passata in mezzo ai birilli senza colpirli». (Bassi, file 20122401, 37:ca.)

Termini particolari. «Giocare “ai tre-do”. Voleva dire tre bocce io, tre bocce l'avversario e dopo [ancora] tre volte io e tre volte l'avversario». (Cervi, 2008.02a,18: ca.)

Termini particolariDarghe fora: nella gara individuale si restava sempre in meno, il cerchio si restringeva. Si andava avanti 'ndandoghe fora, finché uno vinceva». (Cervi, 2008.02a, fra 06: e 08:)

Termini particolari. «D
imoƚa. Dalle parti del Piave dicevano són, dimola, sanmartin. Noi lo chiamavamo gambareo [più spesso "gambarel"] e loro lo chiamavano dimoƚa». (Rossi, Borella 3)

Unico divertimento nel paese. «Alla domenica o al sabato, noi ragazzi qua del colmello, ci trovavamo e si giocava a borella: da noi o sulla casa di là. Quello era proprio il passatempo di una volta […]». (Rossi, Borella 3, sintesi da 07.24 a 08.08)

Unico divertimento nel paese. «A San Floriano, giocare a borella era l’unico ritrovo, perché cinema non ce n’era».
(Susigan, file 20121901, 33: ca.)

Unico divertimento nel paese. «In quegli anni là, l'unico divertimento che avevano era quello di praticare 
qualche volta, dopo il duro lavoro, il gioco della borella». (Vezzà, file 2008.02a, 03:10ca.)

Unico divertimento nel paese. «… dopo sono arrivate le bocce». (Piovesan, file 21011301, 14:09)

Zona San Floriano - Mignagola. Perché le borelle erano molto frequentate? «C’è un perché: si girava tanto per di là perché c’erano le tose che lavoravano da Monti [filatura, a Maserada], ed erano frequentate dalla compagnia. E cosa succedeva? Una volta non stavi a “far amor” [corteggiare una ragazza, stare con la fidanzata] fino alle dieci, fino a mezzanotte. Quando erano le nove, le dieci, bisognava venir via, e allora gli appuntamenti dei tosati dov’erano? In osteria»! (Bassi, file 20122401, 53:56)

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Nota sulla trascrizione della “elle evanescente di bala e cavalon. Questi termini non sono stati trascritti come vengono pronunciati (“baea”, “cavaeon”); si è usata invece l’indicazione del manuale di Grafia Veneta Unitaria edito a cura della Regione Veneto nel 1995 (coordinatore-direttore scientifico Manlio Cortellazzo) inserendo, al posto della l italiana, il segno ƚ indicato dal manuale. Quindi “baƚa”(solo al singolare, perché al plurale la l «è completamente (o quasi) caduta nella pronuncia» e cavaƚon